Quando la memoria si incrina e il tempo smette di scorrere: Andro Wekua a Milano

di - 21 Febbraio 2026

Nell’ex carrozzeria di via Filippino Lippi 4, attiva in questa sede da un anno esatto, lo spazio fondato da Edoardo Bonaspetti e Stefano Cernuschi nel 2019, allora a Porta Romana, ha consolidato una vocazione dichiaratamente sperimentale, rimettendo a ogni progetto in discussione architettura, ritmo e relazione tra opera e pubblico. Il nome, ricordiamolo, è tratto dal film danese Ordet (La parola) del 1955, di Carl Theodor Dreyer, più famoso per La passione di Giovanna d’Arco, e richiama la parola come atto capace di generare senso; anche qui tutto ruota attorno a ciò che non si impone subito allo sguardo, come l’interiorità o l’attesa. Fino all’11 aprile ospita la personale di Andro Wekua, artista georgiano di base a Berlino, realizzata in collaborazione con Nicoletta Fiorucci Foundation, che custodisce alcune delle opere esposte. Per questa iniziativa l’ambiente è stato ridisegnato integralmente, con variazioni di altezze, pause e zone dilatate che accompagnano il visitatore dentro una dimensione psichica.

Andro Wekua, By The Window, 2026, installation view, Ordet, Milan. Courtesy of the artist and Ordet. Photo: Nicola Gnesi

Il titolo è By the Window (2008), video manifesto in 16 mm della durata di otto minuti e mezzo oggi nella collezione del Museum of Modern Art di New York e visibile a metà percorso: un adolescente siede in una stanza quasi vuota con i piedi appoggiati su un tavolo e lo sguardo verso la finestra. Non accade quasi nulla e proprio per questo accade tutto. La finestra è apertura e limite insieme, promessa di altrove e confine invalicabile. Si potrebbe partire ma si resta. È una sospensione assoluta.

Andro Wekua, By The Window, 2026, installation view, Ordet, Milan. Courtesy of the artist and Ordet. Photo: Nicola Gnesi

La mostra riunisce sculture, dipinti, collage e film in una breve antologica che assume la forma di un lungo flashback. Per comprenderne la densità emotiva occorre tornare a Sukhumi, sul Mar Nero, dove Wekua nasce nel 1977 quando la Georgia fa ancora parte dell’Unione Sovietica. Alla fine degli anni Ottanta il sistema sovietico si sgretola e nel Caucaso riaffiorano tensioni nazionali rimaste latenti. In Georgia in particolare, il processo di indipendenza alimenta conflitti interni; in Abkhazia la contrapposizione tra nazionalismi opposti degenera progressivamente. Tra il 1992 e il 1993 esplode una guerra: scontri armati, interventi di milizie e forze esterne conducono alle espulsioni di massa della popolazione georgiana. Sukhumi diventa uno dei principali teatri dello scontro, sul cui palcoscenico il padre dell’artista, Vova Wekua (1957–1992), militante politico locale, viene ucciso. Dopo la sua morte la famiglia si trasferisce a Tbilisi. Andro lascia poi la Georgia da ragazzo, spostandosi a Zurigo e in seguito a Berlino, dove oggi vive e lavora. I riferimenti biografici, mai ostentati né trattati con retorica, restano un movente fondante. La storia si sedimenta nelle atmosfere, negli interni congelati, nelle giovani figure inerti, in quella sensazione persistente di trovarsi, e succede anche a noi mentre ci aggiriamo qui, sul punto di partire senza riuscire davvero a farlo.

Andro Wekua, It Seems Like That, 2023. Oil and pencil on canvas. Courtesy of the artist. Photo: Nicola Gnesi

Nella prima sala una figura con gli occhi chiusi siede all’indietro su un calco di motocicletta argentata, appoggiata sul riuscito pavimento giallo limone lucido. In My Bike and Your Swamp (6pm) (2008) la moto, sollevata sul cavalletto, pronta a partire, resta immobile, come se il movimento fosse rimasto interrotto. La presenza adolescenziale, ambigua nel genere e nella posizione, suggerisce un’identità ancora in formazione, un passaggio che non si compie.

Andro Wekua, Untitled, 2011, detail. Wax, wood, steel, concrete, and fabric. Courtesy of the artist and Nicoletta Fiorucci Collection. Photo: Nicola Gnesi

Il percorso si stringe poi in un’area più raccolta e cupa, con il soffitto ribassato e una sequenza di collage. Le immagini si presentano come appunti e pensieri che si accostano senza chiudersi in un racconto lineare. A metà tragitto il film By the Window (2008) funziona come una cerniera che divide idealmente due stanze e due stati emotivi; oltre la proiezione si entra in una camera più luminosa, quasi una piccola cappella, dominata da It Seems Like That, un dipinto tenue in cui il corpo appare incompleto.

Al piano superiore invece, in Untitled (2011), un ragazzo è disteso con la testa inserita in una casa in miniatura priva di arredi; quella piccola architettura lo isola in un silenzio metafisico e crea un interno dentro l’interno, un rifugio ma anche una separazione. Ai suoi piedi un quadro con echi di Magritte e del realismo magico introduce un ulteriore scarto percettivo e lascia intuire un confine volutamente indefinito.

Andro Wekua, By the Window, 2008, installation view, Ordet, Milan. 16mm film transferred to video (color, sound). Courtesy of the artist, Ordet, and Nicoletta Fiorucci Collection

Se Wekua attinge a immaginari che sfiorano il fantastico, la fantascienza e talvolta l’horror, i suoi lavori sembrano set mentali. I luoghi sono costruiti con precisione, i dettagli oscillano tra il familiare e il perturbante e in questa ricerca si avverte un continuo processo di ricostruzione e frammentazione. La memoria non affiora mai compatta; si spezza, si ricompone e si altera. È in questa instabilità che il lavoro trova la sua forza e il pubblico si riconosce.

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