Non ho molti ricordi di Gianfranco Baruchello, anche se negli anni ’60 eravamo amici, perché io ho lasciato Roma molto presto. E poi lui era spesso a Milano e a Parigi, dove aveva i maggiori estimatori. Ricordo che lui era un po’ emarginato dal sistema dell’arte romano perché era ricco – proprietario della più grande azienda farmaceutica italiana, poi venduta, per interpretare meglio il ruolo dell’artista e poi, mi confidava ridendo, che far funzionare un’azienda è molto più difficile che fare arte. Ricordo che Plinio De Martiis, de La Tartaruga, mi diceva: «Gianfranco è ricco e non potrà mai diventare un artista di successo». Solo i poveri come Schifano possono essere dei grandi artisti. Infatti il suo gallerista di riferimento era Schwarz di Milano, che non aveva alcun pregiudizio.
La stessa emarginazione la subiva un po’ anche Fabio Mauri, che però ha sempre tenuto un profilo basso anche se aveva l’appartamento più bello di Roma a Piazza Navona. E per mimetizzarsi insegnava a L’Aquila, e tutte le mattine si faceva in macchina Roma-L’Aquila, lui, della famiglia più ricca d’Italia dopo gli Agnelli. Infatti il successo di Fabio sta arrivando ora, dopo la sua scomparsa. In quegli anni solo i poveri potevano fare gli artisti. Un artista benestante doveva mantenere gli altri.
Per tornare a Baruchello di lui ricordo i suoi giri in Maserati coupé attorno Piazza del Popolo con a bordo un sorridente Marcel Duchamp e il suo immancabile sigaro. Poi per mostrarlo meglio agli artisti (Schifano, Festa, Angeli, Giosetta Fioroni) lo portava da La Tartaruga, con Duchamp silenzioso e sorridente e sempre con il sigaro e tutti lo guardavano come si guarda un monumento ma in silenzio, perché nessuno parlava l’inglese o il francese, a eccezione di Baruchello che taceva e, da dietro le quinte, dirigeva la messa in scena.
Era kafkiano questo teatro con un attore che non parlava e dieci spettatori come se attendessero Godot. Dopo un’ora, Baruchello, l’artista ricco, invitava tutti al mitico ristorante Il Bolognese, sotto la galleria, me compreso, perché conoscevo abbastanza il grande Marcel – a Parigi dormivo a casa di Man Ray dove dormiva anche Duchamp –, che sempre sorridente e come un attore dadaista recitava qualsiasi parte gli chiedessero Baruchello o Schwarz. E sorridendo mi diceva in francese: «Io non sono un artista ma un mercante d’arte. Io rappresento Brancusi». E guardava soddisfatto in faccia tutti e tutti lo guardavano senza capire. Gli piaceva molto fare il Marcel Duchamp. Come d’altronde amava fare il Duchamp anche Gianfranco Baruchello, suo grande amico e interprete e sempre pronto a prelevarlo in aeroporto quando Marcel atterrava a Fiumicino.
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