Cotonificio Veneziano, sede dei corsi di architettura dell'Università Iuav di Venezia
La Siria parteciperà alla Biennale di Venezia 2026 con un progetto monografico affidato a Sara Shamma e curato da Yuko Hasegawa. Il Padiglione Nazionale, commissionato dal Ministero della Cultura siriano, sarà ospitato negli spazi dell’Università IUAV di Venezia, nel campus del Cotonificio, e segna un cambio di passo rispetto alle precedenti partecipazioni del Paese: per la prima volta negli ultimi anni, infatti, il padiglione siriano rinuncia a una formula collettiva per concentrarsi su un’unica artista. Il nuovo assetto arriva dopo anni di conflitto e si inserisce in una fase di riapertura della presenza culturale del Paese nei contesti internazionali, in un momento in cui il tema della ricostruzione rimane aperto anche sul piano simbolico.
«Attraverso The Tower Tomb of Palmyra, voglio rendere omaggio al patrimonio culturale della Siria e alla resilienza del suo popolo. Le torri di Palmira, sebbene distrutte, continuano a parlare della forza e della diversità della nostra storia. Questa mostra non è solo una riflessione sulla perdita, ma un messaggio di speranza, unità e sull’importanza di proteggere e restaurare il nostro patrimonio condiviso», spiega l’artista.
Il progetto espositivo prende come riferimento le torri funerarie dell’antica Palmira, costruite tra il I e il III secolo d.C. e distrutte durante la guerra. Queste architetture, che si stagliavano nel paesaggio desertico come mausolei familiari, sono diventate uno dei simboli più evidenti della perdita del patrimonio siriano, aggravata dal saccheggio sistematico dei rilievi funerari e dalla loro dispersione nei mercati internazionali.
L’intervento a Venezia assume la forma di un’installazione di grande scala, che non vuole riscostruire Palmira storicamente, ma usarla piuttosto come punto di partenza per una riflessione sul destino dei beni culturali colpiti dalla guerra e sulle questioni legate alla restituzione delle opere trafugate, mettendo in campo pittura, architettura, luce, suono e profumi. «Il lavoro di Sara Shamma trascende le narrazioni nazionali, usando la storia di Palmira per esplorare idee universali di memoria, perdita e resilienza culturale. La mostra invita il pubblico a vivere questi temi attraverso un’esperienza immersiva e colloca la Siria nel dibattito dell’arte contemporanea globale», ha commentato la curatrice Yuko Hasegawa.
Il Padiglione della Siria alla Biennale Arte 2026 si inserisce così in una linea di partecipazioni nazionali che utilizzano il contesto veneziano come spazio di presa di posizione culturale e politica. In questo caso, la scelta di un progetto monografico e tematicamente concentrato restituisce una riflessione sulle conseguenze materiali e simboliche della guerra, rimettendo al centro la questione del patrimonio distrutto e disperso.
Negli ultimi 50 anni, la Siria ha vissuto un lungo inverno di dittatura e guerra civile; uno scenario sviluppatosi su una Terra che ricorda ancora gli alfabeti di Ugarit, le vie dei Romani, i minareti degli Omayyadi e le carovane di Damasco, una delle città più antiche abitate al mondo. Si tratta di un Paese segnato da un conflitto lacerante, durato dal 2011 al 2024, che ha profondamente modificato città e comunità, con un risvolto inevitabile anche sul patrimonio culturale. Palmira ne è stata uno degli esempi più emblematici: le torri abbattute e i ritratti saccheggiati e venduti all’estero raccontano la ferita di una memoria collettiva. Sara Shamma vuole trasformare questa tragedia in esperienza artistica e monumento alla resistenza culturale, permettendo al visitatore percepire il peso della perdita, ma anche la possibilità di rinascita.
Sara Shamma, nata a Damasco nel 1975, è tra le voci più importanti dell’arte contemporanea siriana. La sua pittura figurativa racconta di persone segnate dal conflitto e dai traumi della vita quotidiana, con ritratti che trasmettono dolore, forza, resilienza, memoria e la complessità delle esperienze individuali.
Ha realizzato oltre 25 importanti mostre personali in Europa, Medio Oriente e a livello internazionale, tra cui Echoes of 12 Years al Museo Nazionale di Damasco (2024-2025), Bold Spirits alla Dulwich Picture Gallery di Londra (2023) e Modern Slavery al King’s College di Londra (2019-2021). Le sue opere fanno parte di importanti collezioni private e pubbliche, tra cui il National Museum di Damasco, il British Council e il Ministero della Cultura degli Emirati Arabi Uniti. Dopo otto anni trascorsi nel Regno Unito, è tornata stabilmente a Damasco alla fine del 2024, confermando il suo impegno nella produzione artistica e nella rinascita culturale del Paese.
Yuko Hasegawa è curatrice e critica d’arte, con una lunga esperienza in musei, biennali e grandi progetti internazionali. Ha curato biennali e mostre in tutto il mondo (Istanbul, Shanghai, San Paolo, Mosca e Sharjah) e ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra cui l’Ordre des Arts et des Lettres in Francia. Professore emerito alla Tokyo University of the Arts e Research Professor alla Kyoto University, è stata direttrice del XXI Century Museum of Contemporary Art di Kanazawa e coordina l’Art & Design Division dell’International House of Japan. A Venezia, è visiting Professor alla Ca’ Foscari (2023) e alla IUAV (2025).
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