Torna il festival di videoarte a Milano: aperto per la prima volta l’archivio dell’Ospedale Maggiore Policlinico

di - 2 Dicembre 2023

Da dove provengono le parole? Cos’è per noi il linguaggio? A Milano, dal 30 novembre al 3 dicembre, Video Sound Art Festival presenta la sua ottava edizione con una mostra dal titolo “Babel”. Negli spazi dell’archivio storico dell’ospedale maggiore e nella suggestiva cripta della Ca’ Granda, Babel è un richiamo alla leggendaria costruzione descritta nel libro della genesi che oggi, più che mai, porta con sé una narrazione sospesa, un’immagine poetica sull’origine del linguaggio, una riflessione sull’incomunicabilità.

Ali Kazma, Written, 2011, Six channel HD video, endless loop

Il tema centrale di questa ottava edizione è appunto il linguaggio e la sua natura ambigua. Si mettono in mostra alfabeti altri, azioni performative sulla memoria che plasmano mondi e identità. Il linguaggio e la sua conservazione diventano uno spunto di riflessione, un interrogativo aperto che mostra connessioni dirette con ciò che accade oggi. Fino a che punto la parola, scritta o parlata, può essere strumento in grado di trasmettere memorie collettive e individuali? Questo è ciò che si è chiesto il team del festival, cercando di porre una riflessione attiva tramite la mostra. Sotto la direzione artistica e curatoriale di Laura Lamonea, che nel corso dei primi mesi del 2023 ha frequentato gli archivi video della collezione CNAP, Centre National des Arts Plastiques di Parigi, sono state selezionate opere video che mostrano altri modi di concepire il linguaggio, sensazioni nascoste, alfabeti minoritari. In mostra quattro artisti, Ali Kazma, Camille Henrot, Edith Dekyndt e Pierre Huyghe che, attraverso otto opere video, si relazionano agli ambienti impregnati di storie dell’ospedale milanese.

Camille Henrot, Film Spatial, 2007

Attraversando la collezione storica del policlinico, “i tesori della Ca’ Granda”, si viene proiettati in uno spazio eterno, un luogo dall’odore di memorie. La prima parte della mostra si sviluppa in dialogo con l’archivio storico dell’ospedale, un luogo mistico edificato nel 1637, che custodisce microstorie e documenti che raccontano l’evoluzione dell’ospedale. Ali Kazma inaugura il percorso espositivo con tre opere che raccontano di linguaggi collettivi, di ordini e di memorie andate. Un grande schermo, circondato da faldoni e documenti, proietta “Clerk”, un video in cui un impiegato di uno studio notarile approva dei documenti apponendovi un timbro. Il gesto diviene ripetitivo e lo spazio si riempie di quel suono così tanto deciso. L’azione richiama l’ordine e diviene il simbolo di una gestualità monotona, di una presenza istituzionale. Le parole hanno ancora quella libertà comunicativa? Sempre di Ali Kazma “Written”, installazione composta da sei schermi che mostrano pagine, parole e lettere mangiate dal fuoco. La carta brucia e le storie spariscono, mentre la parola scritta non è più salva. È una riflessione sulle memorie cancellate, perse e disperse. L’opera invita a ripensare a tutte quelle narrazioni comunicate e tramandate.

Edith Dekyndt, Martial M, 2007. FNAC 09-410, Centre national des arts plastiques © Edith Dekyndt_Cnap

Segue Pierre Huyghe con un’opera che supera la parola scritta e che si proietta sulla parola detta. L’artista interroga il cinema e il linguaggio stesso, avviando un’indagine sulla voce che interpreta quelle storie. Di chi è quella voce? A chi appartiene? Se oggi la questione della voce generata dall’intelligenza artificiale è entrata nei dibattiti sul tema, nell’opera “Blanche-Neige Lucie” l’artista filma Lucie Dolène, la voce francese di Biancaneve, mentre racconta la sua lotta per la salvaguardia dei suoi diritti di interprete, dei suoi diritti sulla propria voce. Il percorso espositivo continua nella cripta, uno spazio sotterraneo accessibile da una piccola scala. Il luogo si presenta buio, inerme, sospeso nel tempo. Sono visibili alcuni scorci e sono mostrati alcuni resti. Ossa su ossa ci interrogano, mostrano la connessione tra vita e morte. Il luogo, negli ultimi anni, ospita un progetto di studio in collaborazione con il Labanof, Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense, che si occupa di effettuare varie analisi sui resti. Accostato tra le opere giace uno scheletro intero, coricato su un grande banco davanti a un antico altare.

Pierre Huyghe, Blanche-Neige Lucie, 1997, FNAC 970948, Centre national des arts plastiques © Adagp, Paris_Cnap

Qui trovano luogo le opere di Camille Henrot, due docufilm che mostrano il rapporto tra mito e storia, tra memorie passate e quasi dimenticate con i luoghi sacri ormai andati. Nel film “Cynopolis” si mostra Saqqara, il sito archeologico delle prime piramidi, adesso luogo abitato da un grande branco di cani. I cani diventano anime di mezzo, traghettatori tra il mondo dei vivi e quello dei morti, diventano memorie vive di quei luoghi. È palese il tema del decadimento, dei ricordi che si perdono, dei mondi che si mischiano. La città dei cani mostra luoghi, un tempo sacri, destinati oggi al decadimento. Concludono la mostra le opere di Edith Dekyndt. La sua ricerca si concentra sulla processualità, sulla performatività del gesto. Qui le memorie non sono date, qui le parole non sono scritte, qui divengono altro. Ecco allora “A is hotter than B”, un blocco di inchiostro congelato che viene immerso e diluito in acqua. L’azione genera nuove forme, l’inchiostro scrive nuove lettere utopiche e i racconti divengono figure arabesque in uno spazio bianco. Babel è un invito alla memoria, una riflessione contemporanea che riconosce il peso trasformativo, sociale ed individuale della singola parola. Il linguaggio diviene, la parola assume. Si mostrano identità ricche di memorie e parole che raccontano di storie ormai andate.

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