The Game: All Things Trump. Photograph: Courtesy of a/political and ArtX. Photo by John Mireles
Donald Trump infiamma: che si tratti di politica estera o di cultura, la sua figura riesce sempre a catalizzare il dibattito – e il flusso di notizie. Lo dimostra anche la recente decisione di ritirare nuovamente gli Stati Uniti dall’UNESCO. Ma il Presidente potrebbe essere protagonista anche alla Biennale d’Arte di Venezia del 2026, evocato dal progetto irriverente di Andres Serrano, che propone di dedicargli nientemeno che un mausoleo come fulcro del Padiglione degli Stati Uniti.
Il progetto, intitolato The Game: All Things Trump, si basa su una collezione di migliaia di oggetti riferibili a Tump, che l’artista ha iniziato ad accumulare dal 2019. Serrano immagina un’installazione a dir poco immersiva, come totalizzante è lo stesso Presidente, per raccontare l’ascesa, il culto e le rumorose contraddizioni di Trump, tra merchandising patinato, video d’archivio e immagini tratte dal suo film Insurrection, dedicato all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021.
«Nessuno rappresenta meglio l’America del presidente stesso», ha dichiarato Serrano, newyorkese di origini afro-cubane e honduregne, celebre per opere di forte impatto come Piss Christ e per la serie America (2001–2004), in cui aveva già incluso un ritratto di Trump come incarnazione del sogno americano. Oggi, quello stesso sogno torna sotto forma di reliquia. O di monumento funebre.
In Italia, la proposta assume una valenza ancora più ambigua, evocando l’architettura imperiale del potere, dal Mausoleo di Augusto in giù, fino a quello di Silvio Berlusconi a Villa San Martino. Una suggestione – o una provocazione – che mette in dialogo i canoni della romanità classica con l’estetica del potere populista contemporaneo. Che sia letta come una critica feroce o un’ironica apologia, l’opera di Serrano non lascia indifferenti. E riapre una vexata questio: cosa significa oggi – come in ogni epoca – rappresentare una nazione in una manifestazione internazionale come Venezia?
Formalmente, Serrano ha presentato la proposta all’US State Department Bureau of Educational and Cultural Affairs all’inizio di maggio, quando il portale per le candidature si è finalmente aperto, già con significativo ritardo. La scadenza è fissata al 30 luglio e la decisione dovrebbe arrivare il primo settembre. Ma negli Stati Uniti cresce il malumore per un processo percepito come opaco, lento e privo di una visione chiara. A complicare le cose, le voci che suggeriscono che sotto un’eventuale nuova amministrazione Trump, il National Endowment for the Arts, l’ente che supervisiona la selezione del Padiglione, potrebbe essere smantellato.
In parallelo, personaggi dell’ultradestra come l’ideologo di riferimento Curtis Yarvin hanno proposto progetti alternativi, ai limiti della parodia ideologica, dichiarando apertamente di voler “Trumpificare” la Biennale. All’apparenza marginali, queste proposte emergono come sintomo di un vuoto.
Se gli Stati Uniti tardano, anche l’Italia sembra non aver troppa fretta. Dopo la chiusura della open call per il Padiglione Italia ad aprile, le ultime notizie risalgono a fine giugno con la nomina della commissione di valutazione, presieduta dal Direttore Generale Creatività contemporanea del Ministero della Cultura Angelo Piero Cappello e composta da Claudio Varagnoli, Ester Coen, Luca Cerizza – curatore dell’ultimo padiglione italiano di Massimo Bartolini alla Biennale 2024 – e Valerio Terraroli. Intanto, ormai molti Paesi – da Singapore alla Germania, dalla Francia al Regno Unito – hanno già presentato i propri progetti e curatori.
«Trump ha occhio. Potreste perfino chiamarlo un artista concettuale», ha dichiarato Serrano con provocatoria lucidità . In un mondo in cui il confine tra cultura visuale e comunicazione politica si è definitivamente azzerato, il suo padiglione si propone come una Wunderkammer della politica spettacolarizzata, un’esplorazione del culto della personalità e della mercificazione dell’identità nazionale.
E mentre il mondo dell’arte discute di decolonizzazione, rappresentazione, sostenibilità e nuove forme di partecipazione, Serrano punta tutto sull’ambiguità : un mausoleo individuale, sì, ma anche lo specchio di una civiltà .
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