Categorie: Arte moderna

Dalla parte del drago # 12 – Lunga, tirata, distesa e altre pose

di - 13 Giugno 2021

Sembra che per la celebre mano di Gesù nella Vocazione di San Matteo della Cappella Contarelli in San Luigi dei Francesi il Caravaggio abbia preso spunto da quella generatrice delle storie di Michelangelo create per Papa Sisto IV Della Rovere. E non sarebbe l’unico caso d’ispirazione pescato dal Merisi nell’arte del Buonarroti, nonostante i due stili siano così diversi e contrapposti. Anche nella Deposizione il Caravaggio prese infatti spunto dalla Pietà del predecessore, soprattutto per la figura del braccio di Cristo che pende inerme e per la mano che sotto l’ascella compare ad afferrare il corpo esangue. E anche se ciò non toglie un bottone alla grandezza di entrambi, è divertente ripercorre certe strade che sembrano battute da altre mani. E nella Cappella Cerasi di Santa Maria del Popolo San Pietro è immortalato a testa in giù e ci guarda, come vuole la leggenda, ma del resto lo faceva già quello dell’altro Michelangelo nella cappella dei santi Pietro e Paolo.

Caravaggio, La Vocazione di San Matteo, 1599, Olio su tela, 322×340 cm

Abbandonando i due citati per non voler crear paragoni insistiti, m’indirizzo sullo scandalo che Manet diede con la famosa colazione nonostante 350 anni prima fosse già stata concepita da Tiziano e da Giorgione. Certo, in modo diverso: qui si tratta di un concerto campestre e non di una colazione borghese, ma le donne sono comunque nude e i compagni vestiti a dovere. Ma le donne nude, soprattutto se sdraiate, hanno ispirato più di un autore e si possono elencare un’infinità di immagini eseguite in successione, molte delle quali ancora oggi arcinote. L’ispirazione primordiale par venire dall’antica Grecia ma a Giorgione dovette arrivare tramite una stampa veneziana alla quale si rifece per la bellissima Venere di Dresda, a cui contribuì poi Tiziano e che al Vecellio piacque al punto da volerne realizzare una di sua sola mano. Nasce così la Venere di Urbino, priva del paesaggio Giorgionesco, con abbassato il braccio, in un diverso contesto, e soprattutto alla ricerca di noi spettatori con lo sguardo.

Giorgione e Tiziano, Venere Dormiente, 1507-1510 circa, Olio su tela, 108,5×175 cm

E qui cambia tutto il pretesto ed eros entra in campo. Anzi in Lorenzo Lotto c’è proprio la Venere con diadema e velo che gioca e ammicca con Cupido, tra vari simboli di fertilità e d’amore, come la la conchiglia e i petali di rose. Non è invece Venere ma la ninfa Eco ad apparire a Pan per Dosso Dossi, in un dipinto dove la figura femminile mantiene sempre la stessa nota posizione: gli occhi però tornan chiusi e c’è meno provocazione.

Tiziano Vecellio, Venere di Urbino, 1538, Olio su tela, 119×165 cm

In Velázquez la splendida Venere si adagia languidamente sul letto, rivolta in direzione di uno specchio che ci mostra il suo viso vago e impreciso. La curva del suo corpo viene ripresa nelle morbide pieghe del tessuto e l’incarnato candido è in contrasto con la tenda rossa e il drappo scuro. La dea, che è bruna e non bionda come impone la tradizione, viene guardata anche da Goya che ci regalerà una doppia versione: piacerà di più La Maja Desnuda che generò un gran rumore e lo fece rischiar grosso con l’Inquisizione. Siamo a fine 700 e di lì a poco comparirà anche L’Odalisca di Ingres con i suoi tessuti pregiati e gli accenni orientali.

Diego Velázquez, Venere allo specchio, 1647, Olio su tela, 122×177 cm

Manet poi non mancherà nemmeno questa partita e l’Olympia avrà il capello rosso e un’orchidea sull’orecchio. Lo sguardo sarà imperturbabile, il volto inespressivo, e un nastro nero intorno al collo contribuirà a render il tutto ancor più malizioso. E, a riguardo, chi invece trovasse seducente l’animalier, non dovrà far altro che ammirare la Ragazza nuda su pelle di pantera esposta al Louvre, dipinta da Felix Trutat, vent’anni prima. E se queste Veneri sdraiate infine avessero un po’ stancato, si potrebbe tornare sulla retta via della posizione verticale e dare uno sguardo alla Venere Anadiomene: quella che nasce dalle acque e che si strizza le trecce.

Ger Van Elk, Horizon in Paintings, Olio su tela, Dimensioni varie

La prima nota deriva da Apelle come ci racconta Plinio il Vecchio, e qualcosa di simile si ritrova a Pompei in un noto affresco. Nel corso del tempo, manco a dirlo, ci si confrontano in cento: dal Botticelli a Tiziano, da Jean-Léon Gérôme a William-Adolphe Bouguereau, da Eugène Duval al maestro Ingres, of course. Picasso pure ne fece una versione di base triangolare, con il collo allungato e le dita circolari che stringono una lunga coda scura che si staglia sui vari azzurri che corrispondono alla marina.
E anche oggi si può dire che Maurizio Cattelan si sia lasciato ispirare da una fotografia di Francesca Woodman appesa allo stipite della porta per una sua scultura esposta alla Kunsthaus di Bregenz, in Austria, mentre ovviamente Francesca aveva preso spunto dalla ben più famosa posa di Gesù Cristo. Ma sempre Cattelan è poi stato da esempio con i suoi nove marmi coprenti All, del 2007, per quelli di Ryan Gander I is…, più recenti. E da vecchi concetti nascono sempre nuovi iconici orizzonti: come quelli allineati di Van Elk (Ger) raddrizzati solo un po’ meglio da Feldmann (Hans-Peter).

Hans-Peter Feldmann, 11 Horizon, 2015, Olio su tela, 62×440 cm

Nicola Mafessoni è gallerista (Loom Gallery, Milano) e amante di libri (ben scritti). Convinto che l’arte sia sempre concettuale, tira le fila del suo studiare. E scrive per ricordarle.
IG: dallapartedel_drago

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