Una Butterfly dirompente, in aperta frattura con la tradizione suggella a Torre Del Lago il centenario della prima rappresentazione avvenuta nel febbraio 1904 alla Scala di Milano.
La parte da leone nel dramma Pucciniano la fanno i costumi di Guillermo Mariotto per Maison Gattinoni e la scenografia di Arnaldo Pomodoro.
Nonostante un cast d’eccezione diretto dalla bacchetta di Placido Domingo, la musica e le interpretazioni canore lasciano protagonisti le scene e i costumi. Lo spirito, il gusto e soprattutto le ansie del contemporaneo irrompono prepotentemente nel delicato e triste mondo di Madama Butterfly.
Un iniziale shock visivo percorre la platea appena l’elemento sipario, evocativo del Fujiama cala allineandosi con il piano leggermente inclinato del palcoscenico. La scena è unica semplice ed essenziale, quasi desolante, caratterizzata da elementi scultorei e segni emblematici dello stile di Pomodoro. In questo paesaggio da disastro nucleare emergono i personaggi come reduci che riaffiorano dalle viscere della terra. Più che da un sogno sembrano concretizzarsi da un incubo in uno spazio talmente diverso da quello concepito da Puccini da lasciare interdetti. Nessun riferimento esplicito al Giappone, niente kimono per Butterfly, occidentalizzazione dell’opera e scenografia minimalista. La stessa abitazione, fulcro d’amore e disperazione, così sapientemente descritta nella stesura Pucciniana scompare lasciando il posto ad una piattaforma aperta che definisce, con accurato gioco di luci, l’ambiente domestico.
Anche i movimenti in scena e la gestualità sono ridotti all’essenziale. Eppure l’effetto inizialmente traumatico si trasforma a poco a poco in apprezzamento per il “nuovo” che avanza, travolge e stravolge l’opera. Un’operazione coraggiosa e difficile quella di inserire la moda nella lirica, ma Mariotto ne ha fatto elemento portante dell’allestimento identificando il comportamento dei personaggi con quello di alcuni insetti e creato costumi che ne evidenziassero le caratteristiche. L’effetto sorpresa si traduce in potenzialità di comprensione ed in ultima analisi nell’accettazione di una vera e propria “rivoluzione teatrale”. Arnaldo Pomodoro e Guillermo Mariotto fanno rivivere il dramma di una donna tradita e abbandonata in un contesto estraniante quale si può cogliere nell’indifferenza dell’attuale società. Certo poco a che vedere con l’opera di Puccini. Tuttavia la scelta nell’anno del centenario era d’obbligo: o affidarsi ad una rappresentazione tradizionale oppure abbandonare la sicurezza della consuetudine per aprire nuovi orizzonti interpretativi del melodramma. Ha prevalso la seconda opzione che ha scontentato molti, soprattutto i numerosi stranieri accorsi per l’avvenimento, ma ha aperto la strada alla discussione e alla storicizzazione dell’opera lirica.
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daniela cresti
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