Nel 2000 Alessio Traversi e Valerio Michelucci, rispettivamente drammaturgo e interprete, iniziano un’attività teatrale a Livorno, distinguendosi sin da subito per la loro originale scrittura scenica e per gli allestimenti con attore “solo” ispirati ad alcuni “classici” della letteratura contemporanea.
Si sono dedicati in particolare ad Albert Camus, autore con il quale la compagnia sente una particolare affinità elettiva quanto a tematiche e a visionarietà; la suggestione letteraria lascia però spazio ad un personale percorso teatrale e filosofico sulla tragedia dell’individuo visto nel suo isolamento, nei suoi conflitti interiori e intimi, specchio di una tragedia esterna e sociale.
La letteratura è un pretesto per parlare della realtà attuale -ci spiega Alessio Traversi- Ci interessava l’idea della libertà assoluta che mette in crisi il personaggio e la conseguente ricerca ossessiva di una gabbia in Camus, il tema
Alcuni grumi tematici danno il via al percorso scenico attraverso la letteratura, identificando un oggetto o una situazione ambientale: in Ambalaze è la veglia funebre sul letto della madre del protagonista, in LapestelapestE è la gabbia che rinchiude e protegge al tempo stesso, simbolo di una alienazione e di una prigione autoindotta.
Il nuovo progetto riguarda l’allestimento de La morte infelice, un romanzo di Camus lasciato incompiuto Il testo di partenza della drammaturgia di LapestelapestE curata da Alessio Traversi, presentato al Festival “Inequilibrio” (Castiglioncello-Li), oltre a La peste di Camus è il meno conosciuto La peste a Urana di Raoul Maria De Angelis, e indirettamente le descrizioni topiche degli effetti della peste che trovano spazio nella letteratura e nella saggistica.
Distruzione sociale, peste come piaga collettiva che fa crollare le istituzioni, le leggi, ma che innesca anche processi di tragica solidarietà. Nello spettacolo la prigione creata dal protagonista per sottrarsi all’epidemia dilagante, la cui follia e il cui male cresce al buio tra suoni di campane, rumori elettrici, cantilene, grida, parole ripetute ossessivamente, è una gabbia (creazione di Davide Mazzanti), un’uccelliera da cui non vuole più uscire neanche quando il male è sconfitto. Un esilio dall’uomo che porta ad una inesorabile pazzia, ovvero quando si finisce per stare bene a parlare con un muro.
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annamaria monteverdi
[exibart]
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