Arti visive, musica e linguaggio sapientemente miscelati tra loro, sono questi i principali elementi compositivi dell’opera di Meredith Monk, originale figura di performer di origini peruviane, ma artisticamente cresciuta a New York. L’interdisciplinarità delle arti può essere considerata il fulcro della sua ricerca artistica, e già nel 1969 mette in scena la sua prima performance al Guggenheim di New York. E’ ancora nella Grande Mela che l’artista comincia a giocare con le diverse discipline, basandosi sulla musica che viene però intersecata con la danza e la sperimentazione vocale, il teatro ed il cinema, recitazione ed installazioni d’avanguardia, con occhio sempre attento a quell’interdisciplinarità tanto centrale nel suo discorso artistico.
La si trova, a ritroso, ad animare la scena off newyorchese a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, sbarcando poi in Europa carica di prestigiosi riconoscimenti (si pensi solo al MacArthur “Genius” Award, assegnatole nel 1995) e vantando collaborazioni fondamentali, come le due Guggenheim Fellowships. A Milano, dopo una lunga assenza, porta in scena uno spettacolo suddiviso in tre parti: Music for Unaccompanied Voice raccoglie selezioni da diversi lavori precedenti, come Songs from the Hill (1977), Light Songs (1988), e Volcano Songs (1994).
Come si evince dal titolo, questa session è stata eseguita senza accompagnamento strumentale, grazie alla potenza ed alla duttilità della voce della Monk. La seconda sezione presenta alcuni pezzi tratti da Mercy (2001), la recente performance eseguita dalla Monk in collaborazione con l’artista Ann Hamilton: le due artiste, sedute ad un tavolo, davano vita ad un susseguirsi di suoni e visioni, meditazione sui sentimenti umani quali compassione ed empatia. In questo caso sono stati eseguiti degli estratti, purtroppo senza la parte visual che riproponesse le immagini della performance. La terza ed ultima sezione dello spettacolo si è basata su alcune selezioni di Turtle Dreams (Waltz): i bravissimi artisti/musicisti che accompagnano la Monk hanno dato vita, insieme a lei, ad uno spettacolo fortemente basato sulla coreografia e sulla gestualità. L’ esibizione è sfumata sulle prime immagini del film registrato nel 1981 da Robert Withers, alla cui direzione e coreografia troviamo ancora Meredith Monk. Una ironica tartaruga passeggia indisturbata per le desolate vie di una città fantasma, resa verosimile dal b/n.
Dunque materiali antologici dai lontani anni Settanta ai giorni nostri, presentati e curati dalla stessa artista, permettono di fondere stralci appartenenti a periodi diversi della sua ricca produzione. Dopo Laurie Anderson al Pac, Milano ha accolto con entusiasmo –applausi ripetuti ed appassionati- un’altra artista versatile e costantemente all’avanguardia, la cui opera è un felice mix di arti e discipline diverse, rese omogenee da una voce per cui nulla è impossibile.
link correlati
Il sito di Meredith Monk
Ann Hamilton
il sito del Guggenheim Museum
Intervista a Merdith Monk
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saramicol viscardi
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