Categorie: arteatro

arteatro_contaminazioni | Teatro Deluxe

di - 19 Gennaio 2010
Sono
due i punti focali cui dare immediata attenzione riflettendo sull’ultima
creazione di Teatro Deluxe: l’utilizzo del video e il racconto/suggestione che
attraverso di esso vuol essere veicolato. Feminea: Frames of reality, infatti, rappresenta nel fresco
percorso artistico del gruppo un ribaltamento della propria metodologia di
lavoro. Non più il passaggio dall’oggetto spettacolo all’oggetto video e,
infine, all’immagine fotografica, ma il processo opposto.
Vera
Michela Suprani
e
Claudio Oliva
– i due membri e fondatori di Teatro Deluxe – partono da una serie di scatti fotografici,
con titolo omonimo allo spettacolo, sul tema del nudo e dell’identità.
Frammenti di corpi, dunque, esposti in maniera calligrafica come oggetti che,
attraverso l’utilizzo di una maschera, sono privati di una propria personalità
o riconoscibilità. Da queste immagini fisse è nato poi un video che, in maniera
non drammaturgica, intendeva indagare un orizzonte più ampio legato a questi
corpi: riproporre la creazione dell’emozione suscitata dagli scatti e la
malleabilità dell’identità della materia corporea.
La
scena teatrale rappresenta l’ultima tappa di questo processo. Il luogo in cui
il racconto della formazione dell’identità può svilupparsi, per Teatro Deluxe,
sul piano drammaturgico utilizzando i linguaggi precedentemente analizzati: il
video che interagisce con la performer in scena, l’immagine fotografica che
acquista una tridimensionalità carnale. Eppure è proprio questo accavallarsi di
linguaggi in relazione a un tema quanto mai vasto – come quello della
formazione dell’identità in età infantile e adolescenziale o la problematica
del gender – a scontrarsi in maniera difficilmente risolvibile sulla scena.

Vera
Michela Suprani, col volto coperto da una maschera, entra in scena in canotta e
pannolone. È una neonata che geme e piange, mentre sul video appare l’immagine
spersonalizzata (attraverso l’utilizzo della maschera) della mamma pronta ad
allattarla. Presto sarà la volta di un medico che, dallo stesso video,
interagirà con la bambina; fino a quando l’avanzare dell’età non condurrà la
protagonista ad avere le prime esperienze amorose, quindi sessuali. Le
convenzioni sociali si imporranno presto sui suoi gusti, su una presunta
omosessualità che è il risultato di una serie di variabili totalmente casuali,
culturali e sociali. Di interazioni tra persone differenti aventi ognuna lo
stesso peso nella crescita dell’individuo. Il primo ostacolo nasce dunque
dall’incapacità, probabilmente intrinseca al tema stesso, di staccarsi dai
cliché prodotti dalla numerosissima letteratura narrativa, saggistica e
filosofica legata all’argomento.
Questi
cliché sono perpetuati attraverso la costruzione di immagini e azioni che,
incapaci di incastrarsi sulla scena, galleggiano come segni non significanti.
Banalmente la maschera, atta alla funzione della spersonalizzazione, nel suo
essere sulla scena teatrale, perde quel peso specifico che aveva acquisito
nelle tappe precedenti del lavoro, si assottiglia inghiottita dalla necessità
di portare avanti una drammaturgia. Soccombendo al rapporto performer/video la
drammaturgia risulta forzata e sfilacciata. In questa stessa interazione il
video, non trovando armonia con la performer, mostra la sua terribile
bidimensionalità.

L’ultima
tappa di Feminea
perde di vista il punto di partenza. Ossia l’ambiguità, il mistero, l’erotismo
dell’identità stessa. La non decifrabilità che caratterizzava i corpi esposti
si perde qui nella volontà del racconto, del voler dire. Della rivelazione. Lì
dove risulterebbe più urgente ri-velare quelle molteplici strade sulla
conoscenza e sulla crescita dell’io, che tutto il Novecento ha fagocitato.

matteo
antonaci

spettacolo
visto il 9 dicembre 2009

la rubrica arteatro è diretta da piersandra di matteo


Info:
www.duncantrepuntozero.it / www.teatrodeluxe.org

[exibart]


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