All’inizio del Novecento fu la danza europea a volgere il suo sguardo verso l’Africa e l’Oriente, mondi forse più immaginati che reali, in cui dar libero sfogo all’espressione di quel “primitivismo” che caratterizzava le ricerche degli ambienti più avanzati dell’avanguardia artistica. Oggi è invece l’Africa che guarda alla tradizione occidentale, e lo fa ispirandosi proprio a quelle rivoluzionarie esperienze d’inizio secolo, che modificarono per sempre le sorti del balletto in Europa. Di fronte a questa esperienza ci pone la nuova edizione del Festival Oriente Occidente di Rovereto.
Alla straordinaria realtà dei Balletti Russi si è rivolto ad esempio Georges Momboye, che ha presentato in prima nazionale la sua esotica declinazione di Prélude à l’Après-midi d’un Faune e Le Sacre du Printemps, arcinoti capolavori di Nijinsky. Il coreografo della Costa d’Avorio si è presentato sulla scena con un attillato completo nero, per spogliarsi poi progressivamente nel corso del Prèlude, illuminato dalla luce di una lampada elettrica e accompagnato da un indemoniato percussionista. Questo simbolico spogliarsi dalle convenzioni occidentali per recuperare l’istinto più libero e tribale delle nostre comuni origini, ha poi trovato sfogo nelle danze energiche e a tratti grottesche del Sacre, scandite questa volta dalla composizione disarmonica e volutamente barbarica di Stravinsky.
Anche il coreografo algerino Heddy Maalem ha acquistato fama sulla scena europea grazie ad una recente interpretazione del Sacre, in cui cominciò a sperimentare l’idea del campo di forze che costringe i danzatori ad attrarsi o respingersi sulla scena.
Un Champs de Forces è un’amara riflessione sulle difficoltà di comunicazione e sulle tensioni generate dalla convivenza tra i popoli, interpretata da una compagnia proverbialmente multietnica che riunisce danzatori francesi, senegalesi, giapponesi, spagnoli, olandesi e perfino coreani. “Multietnici”, a loro modo, anche i protagonisti dello spettacolo della compagnia di Luc Petton, La Confidence des Oiseaux, incastonato nel suggestivo scenario di Artesella. No, non parliamo dei danzatori, ma dei numerosi uccelli -pappagalli tropicali, cornacchie, cicogne e anatre indiane- che avrebbero dovuto compiere evoluzioni aeree assieme ai ballerini. Avrebbero, perché in realtà i volatili erano più interessati al banchetto di cavallette e insetti che il territorio offriva in abbondanza; in ogni caso l’incanto di qualche evoluzione non è certo mancato, anche grazie all’estro dei danzatori che li conducevano.
Da segnalare infine, oltre agli spettacoli di Josette Baïz e Chantal Loïal, Oyster, produzione degli israeliani Inbal Pinto e Evshalom Pollak. Gustosamente borderline, il surreale show ha alternato danza e mimo, acrobazie circensi ed evocazioni teatrali. E in questa sua indefinitezza, in questo essere ponte tra diverse arti, tra sogno e realtà, lo spettacolo si è rivelato uno dei migliori appuntamenti del festival.
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