Categorie: arteatro

arteatro_festival | Short Theatre 2010

di - 14 Settembre 2010
La
nuova edizione di Short Theatre,
festival romano curato da Area 06/Accademia degli Artefatti, ha dato vita a una
programmazione densa e diversificata, priva di un fil rouge in grado di mettere in connessione i diversi
spettacoli, capace di delineare due differenti vettori della contemporaneità.
Se da un lato emerge la necessità di mettere in crisi le modalità percettive
dell’evento teatrale per abbattere i confini accademici che incasellano le
arti, dall’altro sembra viva l’urgenza di recuperare il teatro nella sua forma
materica e pragmatica, cercare un nuovo punto di riferimento nelle grandi prove
attoriali (significativa la presenza di Sandro Lombardi che, insieme a Roberto Latini, rilegge L’uomo dal fiore in Bocca di Pirandello), recuperare, infine, certe modalità
di decostruzione drammaturgica e scenica, figlie delle rivoluzioni teatrali del
secondo Novecento.

Motus abbandona video e tecnologie high-tech, e
interviene sullo spazio scenico per creare delle micro-comunità all’interno
delle quali lo spettatore possa prendere coscienza della propria situazione. Too
Late!(antigone)contest#2
è la
seconda tappa del progetto Syrma Antigones, con il quale Motus rilegge la tragedia di Sofocle come simbolo della
ribellione generazionale. In uno spazio nebbioso, illuminato da neon e fioche
luci gialle e circondato dal pubblico, come in un contest hip hop, Silvia
Calderoni/Antigone/Emone lascia la sua sfida a Vladimir Aleksic/Creonte dando il
via a un dialogo serrato in cui la vita privata degli attori, le loro idee
politiche e la tragedia greca si ibridano nel tentativo di descrivere i giochi
di potere fra padre e figli, tra cittadini e “nuovi dittatori”. Citando
esplicitamente il monumentale Antigone del Living Theatre, Motus costruisce uno spettacolo giovanilista,
simulazione di un anarchico Settantotto, utopico e meravigliosamente sincero,
eppure ricostruito come il testo lirico di una canzone pop.


Di
questa costruita sincerità e immediatezza vive il teatro queer di Ricci/Forte, acclamato gruppo teatrale, ospitato a Short
Theatre con Pinter’s anatomy.
Accolto da un uomo con maschera in latex, il pubblico è chiamato in causa da
quattro performer in scena, inizialmente intenti ad addobbare un albero di
Natale con le etichette utilizzate per identificare i cadaveri negli obitori.
Su quelle stesse etichette ogni spettatore dovrà scrivere il suo nome, per
riconoscersi, dopo violenze e manipolazioni corporee, prodotto/vittima della
società del consumo. Recuperando estetiche e modalità teatrali anni ‘80,
saccheggiando immaginari dell’arte contemporanea e della Body Art (certe
atmosfere ricordano le performance realmente provocatorie di Paul McCarthy), Ricci/Forte crea una drammaturgia frammentata
dalla quale riesce a emergere comunque l’anima più cupa del Pinter citato nel
titolo. Sesso, potere, ambiguità, violenza, sono le parole chiave utilizzate
per attaccare la realtà e riconoscere il corpo come grumo di nervi impazziti,
materia vuota e plasmabile, pronta a divenire prodotto di scarto.


Riflette
sulle derive dell’immaginario contemporaneo e sul ruolo dell’individuo nella
società dell’immagine West,
ulteriore tappa del progetto che Fanny & Alexander ha dedicato al Mago di Oz. Al centro di una scena spoglia, quadrata,
delimitata da un nastro bianco e illuminata da quattro fari, l’attrice Francesca
Mazza se ne sta seduta con il volto incorniciato da una lunga treccia bionda e
ai piedi luccicanti scarpette di strass rossi. Mi
chiamo Dorothy, ho cinquantatre anni
”, dice
l’attrice catapultando lo spettatore nel mondo del film di Victor Fleming. Un mondo consumato, abusato, distrutto in cui la
piccola bambina dai capelli biondi è diventata una donna matura, imprigionata
in vortici di parole e gesti che non le appartengono più. Perfetto automa,
Mazza esegue gli ordini che le vengono imposti tramite due auricolari da Marco
Cavalcoli (per i gesti) e Chiara Lagani (per il testo). Nella sua recitazione,
quasi cinematografica, sta l’ambigua differenza tra immaginazione e realtà, tra
persuasione mediatica e volontà individuale. Attraverso il corpo dell’attrice e
l’immagine di un’ingenua Dorothy, Fanny & Alexander disseziona
l’immaginario occidentale e lo lascia scorrere in un mare ipnotico di parole
incarnate nel simbolo di un’America produttrice di sogni e icone. Ma la stessa
icona Dorothy diviene presto l’immagine patetica di una Judi Garland distrutta
da alcol e barbiturici.


Si
sposta verso un immaginario pop la divertente performance di Cosmesi dal titolo Pensiero*Beige. In scena, Eva Geatti interpreta il ruolo di una
casalinga medio-borghese – parrucca bionda, tacchi, gonna lunga e labbra lucide
– che tenta a tutti i costi di far apparire un pensiero all’interno di un mega
balloon di sabbia disegnato per terra. Finalmente, venute a galla, le parole
divengono specchio di una giocosa vuotezza interiore, che ha il colore
grigio-marroncino della terra, di un dramma senza conflitti. Senza nostalgie
del passato, senza la voglia di sventolare bandiere o di dichiarare
esplicitamente guerra alla società, Cosmesi appare come il perfetto rigurgito
della contemporaneità: alla scoperta di essere vuoti segue esclusivamente il
desiderio di rimanere tali.

matteo antonaci

la
rubrica arteatro è diretta da piersandra
di matteo


dal
3 all’undici settembre 2010

Short
Theatre

Teatro
India / La Pelanda – 0100 Roma

Info:
info@shorttheatre.org; www.shorttheatre.org

[exibart]

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