Fa un certo effetto vedere una accanto all’altra, in uno spazio espositivo austero come la Galleria del Credito Valtellinese, due protagoniste della danza del Novecento: Isadora Duncan e Pina Bausch. Due personalità così poco simili tra loro, se non per il fatto di aver rappresentato, ciascuna a suo modo e a suo tempo, il simbolo di un’innovazione.
Ma è sufficiente questo particolare per giustificare l’accostamento tra la danzatrice scalza, che volteggiava sui prati seguendo i moti dell’anima, e una delle maggiori esperte di geometrie coreografiche del secolo appena passato (e del presente)? Se la coreografia è uso sapiente dello spazio, interazione tra corpi e, perché no, progetto filosofico che sorregge il movimento, cos’hanno in comune i crateri a campana che ritraggono danzatrici in peplo che si rincorrono nell’aere e le “sedie dell’incomunicabilità” di Cafe Muller? Le due ali della Galleria ben evidenziano la differenza che sussiste tra danza e coreografia; tra il movimento fine a sé stesso, ispirato alle onde del mare, e lo studio matematico e ossessivo dello spazio e del corpo. Tra gli abiti in velluto eterei e le sottovesti drammaticamente simboliche, tra un’immagine consegnata alla leggenda fatta di neo-classicismo e i virtuosismi coreografici dell’esponente più autorevole del Tanz Teather tedesco.
In realtà a ben riflettere c’è qualcosa in comune tra le due “pioniere”. Gli acquerelli di Rodin, che tratteggiano in modo pertinente, la joie de vivre di inizio secolo, tutta Exposition Universelle e istanze legittimamente liberatorie dopo un secolo oppressivamente romantico, forniscono la chiave di lettura: il milieu aristocratico e intellettuale in cui si muoveva la leggendaria eroina strozzata da una delle sciarpe che tanto adorava. In quegli ambienti sarebbe nato il germe che ispirò i padri fondatori de La danse libre, titolo quest’ultimo dell’interessante video di Elisabeth Schwarz, dedicato ai teorici della “nuova danza”: Dalcroze, Laban, Wigman.
Nel video, oltre alla rarità rappresentata dall’unico reperto filmato di Isadora danzante, si possono vedere alcune immagini dell’esperienza mistica del Monte Verità, un ritrovo isolato sul Lago Maggiore che, nei primi anni del ‘900 riunì, oltre ai citati maestri, anche artisti, scrittori e psicanalisti del calibro di Klee, Rilke, Joyce, Hesse e Jung. Ed è alle pendici del Monte Verità che si trova il trait d’union tra il mantello di velluto disegnato da Mariano Fortuny e il prato di garofani; tra le foto delle Isadorable (allieve di Isadora) e le sedie rovesciate del Cafè Muller. Wigman e Laban (il cui allievo, Kurt Joos, fu maestro della Bausch) sono i precursori dell’espressionismo tedesco spazzato via dall’avvento del nazismo e riadattato sotto forma di Teatro-danza nell’immediato dopoguerra. Questo punto di contatto si dilata immediatamente quando compaiono nell’altra ala della mostra le intense e enormi foto di scena di Ulli Weiss e Francesco Carbone, che seguono da anni il lavoro della coreografa di Wuppertal. Le immagini e il video Coffee with Pina restituiscono in toto la drammaticità del vivere quotidiano e le difficoltà dei rapporti umani senza indulgere, nemmeno per un istante, in pose estatiche o compiaciute. Al contrario grevi eppur leggere: come due sigarette nel buio.
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www.francescocarbone.com
costantino pirolo
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