Scrittore, regista e pittore savoiardo di origini italiane, Valère Novarina è uno degli scrittori più irrequieti del panorama europeo. Il suo teatro mette in scena la passione del linguaggio. Lo incontriamo al Festival delle Colline Torinesi dove porta in prima nazionale La scène, sua ultima fatica coprodotta dal Festival di Avignone.
La scène usa un linguaggio esuberante e magmatico…
Sì, crea un contrappunto di linguaggi differenti. È una tavolozza molto varia, in cui basta una parola rossa ed il testo blu cambia. Una parola agisce sulla totalità.
Cos’è il linguaggio?
Tutto è linguaggio. Noi siamo agiti dal linguaggio, perfino la storia è un suo prodotto. Il lavoro degli scrittori deve vegliare su di esso.
Il teatro dice la verità sul linguaggio?
Lo tratta come materia, guarda la sua fisica. Gli oggetti possono diventare linguaggio e viceversa, e il teatro è come un circo in cui oggetti e parole si accompagnano in una dimensione allucinata. Il teatro è il luogo della presentazione.
Potrebbe dirsi lo stesso della pittura?
Di una pittura di getto come quella che faccio per le mie scenografie, forse. Traccio sentieri sulla scena per guidare e stimolare l’attore, variando il suo rapporto con il corpo e lo spazio. Nell’arte ritrovo una muscolarità ed una dinamica che perdo nella scrittura.
Le sue opere sembrano vicine a Dubuffet…
Mi ha influenzato e mi ha sostenuto quando gli editori non accettavano il mio lavoro. Forse l’ultima lettera della sua vita sono stato io a riceverla. Era come un filosofo cinese, rifletteva su tutto quel che faceva. Teneva un diario sulla propria pittura.
Ha visto la mostra su Jean Cocteau? Un altro scrittore disegnatore…
Penso che tutti coloro che scrivono siano portati a disegnare, penso a Jonesco, Strindberg, Blake, Hugo e a tutti gli altri. I cinesi trovano normale scrivere e disegnare, ma in Francia è visto come un handicap. Eppure entrambe sono in relazione con il tatto e la manualità: la mano è forse il vero organo del linguaggio.
E l’uomo? In questa pièce lei dice che è una “contraffazione”…
La sua immagine è messa in crisi in questo spettacolo, per questo ci sono molte marionette, le teste e le macchine. Credo che il lavoro sulla figura umana che c’è stato nella pittura del XX secolo per esempio, Bacon, Picasso o Soutine, non ha avuto una forte corrispondenza nel teatro. E invece bisogna attaccarla, smontarla, rappresentarla altrimenti questa figura, senza preoccuparsi della psicologia o della verosimiglianza. E’ un idolo che deve cadere. Per questo occorre che il pensiero e il linguaggio brucino le parole, per non diventarne schiavi.
C’è qualcosa di orientale in questo approccio…
È probabile, un cinese una volta mi ha detto: vi rendete conto che tutto quello che avete appena esposto è completamente taoista?
La scène ha una sua violenza e non offre punti di riferimento.
Lo riconosco, tutto appare rotto e ricostruito, messo in movimento. Avevo più versioni degli stessi atti ed ho scelto i più rudi, volevo uscisse una sorta di brutalità, come una vita biologica che arriva al linguaggio senza controllo.
Mi fa venire in mente Pollock, un lavoro che parte dal soggetto ma che non è da lui
ordinato
Sì, il soggetto, l’autore e l’attore sono distrutti. Pollock mi piace. Scrivendo, le parole mi si riversano come getti di pittura. Un dripping di parole, si può dire.
Come considera il teatro europeo?
Trovo importante che non si parli solo in inglese, è necessario ascoltare anche lingue oscure. Il teatro sostiene l’idea che non tutto il linguaggio è comunicazione. Nel mio libro Davanti alla parola ho trattato la questione, perché il totalitarismo della comunicazione mi fa paura.
bio
Valère Novarina (n. 1947), dopo L’Atelier volante si dedica a libri di utopia teatrale, come Le Babil des classes dangereuses, i cui 565 personaggi si accumulano senza più una via d’uscita sulla scena. Parallelamente inizia varie azioni di disegno: a Lione, a Fara d’Adda, con un lavoro dal titolo Il teatro separato, dove il teatro del disegno e quello del libro non si riuniscono sulla scena. Nel suo “mini atelier volant”, lavorano febbrilmente dieci persone. Alla fine sono prodotti 1021 disegni: la stanza ne è completamente ricoperta, sino al soffitto. Novarina continua a lungo a fare simili azioni, fino al Festival della Rochelle, dove tocca l’apice producendo 2587 disegni in due giorni. Sono i personaggi di Drame de la vie, scritto dopo il Babil.
Dopo, Valerina si vieta il plurale, imponendosi di scrivere un libro con un solo personaggio: nasce “Le Discours aux animaux”. Mentre lo scrive esegue un’azione di pittura dal titolo “La chambre noire”. Copre l’intera galleria con un telo nero, dove dipinge per due giorni, “sino al soffitto”, trasformandola in un dipinto all’interno del quale si può camminare, un “dipinto abitabile”, possibile metafora del suo teatro…
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