Dal 5 maggio per un intero mese l’Italia è stata attraversata da spettacoli di danza francese, un grand tour dei più innovativi danzatori e coreografi d’Oltralpe, una occasione unica che l’Ambasciata di Francia in Italia e AFFA – Association Française d’Action Artistique hanno offerto agli operatori culturali, ai coreografi, ai danzatori e al pubblico italiano per conoscere e confrontarsi con uno degli scenari più vivaci della creazione contemporanea.
Dal Piemonte alla Sicilia La Francia si muove è riuscita a creare una fitta rete di collaborazioni con istituzioni, quali l’Ente Teatrale Italiano, e con gli addetti ai lavori locali maggiormente attivi nell’ambito della ricerca quali ad esempio med, Xing e Fabbrica Europa. Si è costituito così un circuito che, assicura Oliver Bouin ideatore e realizzatore del festival, si cercherà di consolidare e sviluppare nel tempo.
Uno scambio quello con il nostro Paese evidenziato dalla presenza di Francesca Lattuada, Rita Quaglia, Claudia Triozzi e Christian Rizzo danzatori italiani, o di origini italiane, ormai francesi d’adozione.
Da Torino a Firenze, da Milano a Catania è stato coinvolto un pubblico eterogeneo raggiunto sfruttando anche luoghi alternativi ai teatri o “riadattando” di alcuni spazi come è stato per l’Auditorium del Parco della Musica di Roma (che con le tappe francesi ha inaugurato la stagione dedicata alle arti sceniche) invaso sin nei sotterranei delle sale prove.
Accostando spettacoli di natura diversa La Francia si muove ha tracciato uno scenario variegato ed ha reso facilmente leggibili i molteplici livelli dell’indagine coreografica.
Eterogenea la composizione del festival che alle atmosfere elettriche e fantascientifiche di Mourad Merzouki (Corps est graphique) e agli scenari elettronici di Rachid Ouramdane (La Mort et le jeune homme) ha accostato il corpo molecolare e mutante incarnato con Self-Unfinished da Xavier Le Roy e quello “globale”, accumulo di visioni, di Bodymakers coreografato da Christian Rizzo, che ha avvicinato la delicata ibridazione fra installazione e performance di 100% polyester (di Rizzo) all’energica interdisciplinarietà di Chantier Musil nel quale François Verret fonde danza, teatro, concerto, live media e circo intrecciati all’interno di una architettura cantiere, che sottolinea il potenziale di un azione in divenire e che è tutt’altro rispetto alla scenografia ingabbiante della “torre a tre livelli” proposta da Boris Charmatz per Aatt…enen…tionon. E se Charmatz inscena la solitudine di danzatori “ostaggi” Jerome Bel invece coinvolge lo spettatore con la gioiosa e variopinta coralità di 20 performer che durante The show must go on eseguono alla lettera 18 brani di musica pop. Bel si conferma, anche grazie alla picè ludica e minimale Shirtologie, ironico innovatore.
A completare questa “inedita geografia della danza”, delineata passando da Bologna, Brescia, Cascina, Catania, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Rimini, Roma eTorino, Alain Buffard, Philippe Decouflé e Catherine Diverrès.
elena bari
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