Chi ha seguito la traiettoria di fuga della Tragedia Endogonidia per l’Europa, sa che l’immensa, tragica arcata tracciata dalla Socìetas Raffaello Sanzio, è giunta alla sua fase finale, o forse iniziale. Sì, perché la Tragedia Endogonidia è un organismo drammatico in divenire comprendente undici Episodi: a Cesena il primo (25 gennaio 2002) e a Cesena l’atto conclusivo (22 dicembre 2004). Liberate le proprie potenzialità creative nella fuga, torna a porsi il problema del tragico contemporaneo con l’ultimo atto C.#11 Cesena.
Alle componenti di dissipazione dell’immagine di B.#05 Bergen e di sfocatura ottica di L.#09 Londra, l’undicesimo Episodio ideato da Romeo Castellucci consegna una scena riconoscibile. L’interno di una stanza rivestita da boiserie. Una porta a vetri. Un letto, un comodino. Una poltrona in pelle mogano. Un telefono. L’atmosfera è melodrammatica, striata di suggestioni cospiratorie e sinistre. La nuova densità, apparentemente narrativa, attira figure dal passato. Torna la domestica nera di Br.#4 Bruxelles: pulisce con l’aspiratore non più con acqua e straccio. Si assiste a manomissioni temporali. Prima si pulisce il luogo che solo dopo verrà sporcato. La scena a prima vista più narrativa della Tragedia Endogonidia è in realtà un sublime abisso onirico.
Se M.#10 Marseille lascia cadere le più atroci trafitture, l’Episodio cesenate sembra esserne il diretto proseguimento. L’azione vive nella plasticità realistica e incorrotta della scena. Un gatto scappa via. Un bambino prega ai piedi del letto. La madre lo invita a dormire. Poi la stanza viene occupata da uomini ben vestiti, anomalo clan di gangster assoggettati ad un potere invisibile. Arriva una telefonata. Ma quando dalla cornetta esce un bisbiglio funesto, si è come di fronte ad un potente primo piano. L’immagine teatrale si fa quasi cinematografica. Le figure sono spinte a vivere nel fuori-campo. Tra azione e spettatore, un pannello: dx/sx. Si traccia una separazione tra esterno e interno come a contrarre la visione in quella zona inafferrabile tra ciò che accade e ciò che si suppone di poter vedere.
L’ambientazione sonora di Scott Gibbons fa confluire tonalità liturgiche e melodie infantili in una partitura enfatica e sospesa. Dopo l’inseguimento nel bosco (realmente riprodotto in scena) inondato da una pioggia scrosciante, si compie il sacrificio: la decollazione del bambino-gatto.
Una domanda risuona assillante: “Dove il bambino ha nascosto il seme?”. L’atto tragico nasconde l’incubo eugenetico? Il monstrum della metamorfosi animale, l’ibrido, la perdita di identità? Ad un film Universal sulla danza schizoide di migliaia di spermatozoi è affidata la parodia della risposta… Ancora un volta la tragedia contemporanea mostra il grido anziché l’orrore. Non chiede pietà per il male mostrato. Ogni atto violento è puro, cioè carne macellata. Conserva tutte le sofferenze e tutti colori della carne viva (l’ultimo flyer a ricordarlo). Il faccia a faccia con la violenza episodica della Tragedia Endogonidia ci scopre nudi di fronte al mondo, nudi di fronte all’altro, nudi allo specchio.
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www.raffaellosanzio.org
www.romaeuropa.net
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