Categorie: arteatro

DANZA

di - 18 Gennaio 2019
“Quando i vocaboli formali del passato vengono completamente rifusi nel crogiuolo della sensibilità e del gusto di un artista appartenente ad un’epoca posteriore, essi possono benissimo ricevere una nuova investitura significativa e comporsi in opere nuove e originali”. Così pensava Roman Vlad a proposito del Pulcinella di Igor Stravinskij nella cui partitura quel genio camaleontico vi travasò le musiche di Pergolesi (o a lui attribuite).
In esse il compositore russo trovò, per la sua capacità di forgiare il nuovo partendo dalla tradizione, quel Settecento napoletano sprizzante vivacità ritmica, schiettezza popolaresca e gestualità vivacissima. La sua geniale vena si unì, in questa creazione, a quella di Leonide Massine e di Picasso, che divenne un balletto grazie al leggendario impresario dei Ballets Russes di Diaghilev, per un originale affresco partenopeo col caratteristico plot da commedia dell’arte. Il pensiero di Vlad vale più che mai per la danza tout court, quel variegato linguaggio contemporaneo che ha riletto il balletto narrativo portandolo in ambiti astratti, simbolici, esotici, e quant’altro.
Pulcinella foto di Giuseppe Distefano
Molti i coreografi contemporanei che si sono sperimentati, con approcci diversi, sulla musica e sulla celebre maschera, anche esulando da essa. Perché sono soprattutto le sonorità stravinskijane a dettare l’ordito coreografico. Su quella pulsazione ritmica irrefrenabile e tagliente animata da ritmi danzanti e canto, ha ora immesso il suo forte segno autoriale la coreografa Arianna Benedetti creando (con la drammaturgia di Andrea Di Bari) per il Nuovo Balletto di Toscana diretto dalla sempre appassionata Cristina Bozzolini, una notevole, importante versione di Pulcinella. Ed è sulla malleabile fisicità articolare dei giovanissimi interpreti che la coreografa livornese plasma segni e movimenti di chiara ascendenza break, modern, urban inglobata dentro un lessico marcatamente contemporaneo. Sono corpi rigorosi che si muovono ora fluidi, ora meccanici, sempre espressivi, alimentando una vitalità ritmica, ricca di posture e di pensieri, che asseconda quella timbrica della musica immettendovi un afflato lirico.
La composizione ruota attorno ad una sottile ossatura cubica smontabile, dentro e attorno alla quale si entra, si sosta, si esce, si ritorna, diventando casa, rifugio, gabbia, luogo costrittivo ma anche spazio liberatorio, fino al suo scomporsi. Dentro questa struttura si presenta, all’inizio, tutto il gruppo in larghe camicie bianche, mentre una fuoriuscita – Pimpinella? – rompendo il ritmo meccanico dei tanti Pulcinella, articolandosi come una marionetta, raggiunge il protagonista solitario (il bravo Roberto Doveri, dall’intensa leggerezza meditabonda) che intanto avanza lateralmente dalla semioscurità. Anche lui prenderà vita.
Pulcinella foto di Giuseppe Distefano
L’avvio è subito energico. E così si svilupperà senza cedimenti l’intero congegno danzante che moltiplica il Pulcinella in una figura femminile contrapposta o uguale. Sono sequenze impeccabili di nuovi impulsi e declinazioni da breakdance, distorsioni e deformazioni col gruppo in tensione costante nella mutevole articolazione dei movimenti che catalizzano lo sguardo. Nel susseguirsi, senza interruzione, dei diversi quadri, s’intravede un disegno coreografico che dice l’eterna commedia umana tra ribellioni e sottomissioni, ilarità e amarezze, soprusi, ironia, dispetti, schermaglie tra uomini e donne. E sfida anche con la Morte. Una gamma di sentimenti e di azioni contrastanti assestati in alternati duetti e terzetti, in assoli osservati dal gruppo per lasciare spazio a coralità e a quartetti – come quello degli uomini uniti in una corsa circolare, poi smembrata e ricomposta con saltelli e fughe in avanti, mentre avanza un altro quartetto al femminile –. Alla fantasiosa successione di plastici raggruppamenti, di movimenti carponi simulanti un gregge – il canto della Pastorella –, di gesti ora cullanti ora scattanti, di giri, rotolamenti e immobilità, di prese improvvise e sospensioni nel formarsi di coppie, sopraggiunge un dinamico e pungente duetto finale dentro lo spazio cubico. I gesti ripetuti della stretta di mano, gli avvinghiamenti e i piccoli salti, gli allungamenti di braccia, le scosse dei corpi con fughe e rientri nella struttura, ne fanno un vero gioiello coreografico.
Siamo tutti dei Pulcinella nel gran teatro della vita, sembra dirci in ultimo Arianna Benedetti, coreografa che rivela un più che maturo e peculiare linguaggio. E supera la non facile prova di tradurre un pensiero danzante sulla brillantezza della musica di Stravinskij. Da elogiare la bravura di tutta la compagnia – in particolare Roberto Doveri e Matilde Di Ciolo, interpreti da tenere d’occhio -, pronta per nuove sfide.
Giuseppe Distefano

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