Categorie: arteatro

DANZA

di - 27 Luglio 2018
A breve distanza di tempo e di luogo, Emio Greco, danzatore e coreografo brindisino trapiantato in Olanda dove negli anni Novanta ha fondato insieme a Pieter C. Sholten la compagnia ICK che porta il loro nome, sono ritornati in Italia con il Ballet National de Marseille – compagnia che dirigono dal 2014, ed ora in procinto di lasciarla – presentando due differenti creazioni: Apparizione al festival di Ravenna, e Non solo Medea per il Pompei Theatrum Mundi, festival del Teatro Mercadante di Napoli. Creazione nata espressamente per il teatro romano di Pompei, Non solo Medea oltre alla danza incorpora la recitazione e il video, creando un mix spettacolare che ha inteso rimodulare, in un evento scenico unico, il mito di Medea calato nel nostro tempo. Uno scontro-incontro tra passato e presente ma senza un’attualizzazione specifica intorno alla figura tragica dell’eroina euripidea. Attingendo ai testi antichi di Euripide e di Sofocle e a quelli contemporanei di Florian Hellwig liberamente ispirati a Fort Europa di Tom Lanoye, Greco e Sholten hanno dato consistenza coreografica e teatrale a tematiche che ci riportano al nostro presente violento, alle derive di umanità negata, alla perdita di identità, alla fragilità delle nostre e altrui esistenze, e a quella del continente europeo. Chiamata in causa dalla presenza di Manuela Mandracchia, l’Europa è quella che “Ha dimenticato il suo narratore”, recita l’attrice, “e con me i miti dei re e dei figli dei re”. “Dove è l’Europa?” chiede anche al pubblico. Da qui si dipana un lungo racconto in cui l’attrice vestita di rosso e in mano un bastone, muovendosi tra una selva di microfoni, le gradinate del teatro antico e lo spazio circostante interagendo a tratti coi danzatori, incarna di volta in volta diversi personaggi della grecità – Edipo, Medea, Ifigenia, Antigone – dando voce ad echi di contemporaneità espressi dai testi. Lo spettacolo è composto da sette quadri, Rimpiangere, Domare, Accettare, Ribellarsi, Negare, Realizzare, Esodo, il cui titolo compare di volta in volta su un schermo verticale sul quale vengono proiettate, inizialmente immagini di devastazioni naturali, di guerre, proteste, sbarchi di profughi, esplosioni, uccisioni di animali, inquinamento, e quant’altro; successivamente altre immagini più elaborate di dettagli del corpo e del viso, e un occhio, in chiusura di spettacolo, che ci osserverà (forse Dio che guardando tutto il male che l’uomo ha creato sembra continuare ad avere misericordia non chiudendo i suoi occhi).
Apparizione © Zani Casadio
Inizialmente in tute bianche da esploratori, quindi in maschera, poi a torso nudo, i danzatori avanzano urlando e chiedendosi chi è l’uomo nuovo. La stessa domanda che, irrisolta, chiuderà lo spettacolo. Perché di esso si tratta, della ricerca dell’uomo pienamente umano, da ricomporre, da riportare all’idea originaria. La danza è quasi sempre corale, con una figura centrale di performer che lega tutte le azioni dell’ensemble, mentre un uomo di colore con uno zaino in spalla si aggira per tutto la rappresentazione. A scandire i movimenti della massa dei danzatori, ora a terra striscianti, ora abbracciati o ostili, ora a testa in giù, ora in scatenate sequenze da discoteca, ora in più rarefatte movenze,  sono le percussioni dal vivo eseguite da una musicista dj con melodie e suoni rock o jazz o altre rielaborazioni come l’Inno alla gioia della Nona di Beethoven, o di Arvo Part e di Xenakis, ma anche della napoletana O’ sole mio (che risulta posticcia), mentre irrompono improvvise le musiche dei Pink Floyd (su di esse Roland Petit ne aveva fatto un balletto intero proprio per il suo Balletto di Marsiglia). Se i testi risultano alquanto eccessivi e peccano di retorica, anche la danza, mescolando una genericità di espressioni che non si legano tra di loro, non raggiunge quella compattezza stilistica e drammaturgica, quella organicità di movimenti che possa entrare in piena simbiosi con la tematica dei versi e restituirci tutto in originalità coreografica. Insomma uno spettacolo ambizioso, e alquanto confuso.
Manuela Mandracchia, da Non solo Medea
Apparizioni
Animati da un afflato etico, sensibili a quanto succede nelle nostre odierne esistenze violentate e usurpate da guerre e terrorismo, a quanto ferisce e uccide le anime e i corpi in terra e in mare, oggi e da sempre, Greco e Sholten con i loro danzatori del Ballet National de Marseille & ICK, si sono immersi nella realtà dell’infanzia spezzata affrontando quei poderosi Kindertotenlieder di Gustav Mahler sulla cui musica, e altre registrate tra cui una melodia morava di Leos Janacek e un canto rivoluzionario di Hanns Heisler, hanno sviluppato una partitura visionaria per sette danzatori, un pianista, voci e presenze di bambini e tecnologia digitale, dal titolo Apparizione (coproduzione del Ravenna Festival, in scena al Teatro Alighieri). Tra diversi assoli vocali e la chiarezza pura dei corali delle giovani voci – il Coro Infantil de La Sociedad Coral de Bilbao –, si evoca un mondo di presenze aliene, quei bambini morti ai quali Friedrich Rückert dedicò le sue struggenti poesie scritte all’indomani della prematura scomparsa di due dei suoi figli. Immersa in paesaggi sonori di natura – sciabordio d’acqua, mare in tempesta, ululati, cinguettii -, tra effetti visivi proiettati su un tulle trasparente che fa da filtro tra la realtà e l’aldilà – in apertura un fondo marino con il volto di una bambina inabissata che guarda in alto, e, in continue dissolvenze, una enorme luna, alberi di un bosco in bianco e nero, poi figure dal rosso sanguigno – la coreografia pulsa di ombre e di luci in un’atmosfera sospesa, notturna, di dolorosa serenità dove l’immagine ingigantita e graficamente scomposta e sezionata di un lupo domina su quelle fragili e forti figure di adolescenti che dubitano dell’esistenza dell’animale in agguato, pur temendolo. Tratta dall’immaginario favolistico infantile il lupo, simbolo di animale selvatico e sociale allo stesso tempo, e spirito della natura, funge da notturno Virgilio nel viaggio in sette tappe di Apparizione con i ragazzi vestiti d’impermeabili gialli, indossando caschi, vagando con torce elettriche, scomparendo dentro bauli illuminati. Dialogano con essi i danzatori dagli abiti variopinti che colorano l’oscurità mentre l’attraversano con i loro movimenti di braccia alzate, piegate in basso, di traverso, roteate e spezzate, tra vibrazioni del petto, scalpitio dei piedi, camminate in relevè. “Non c’è nessuna barriera per chi ha un cuore di bambino”, esclama una voce mentre tre coppie di danzatori aggrappati l’uno all’altro s‘impennano e si rilasciano seguendo l’ondivago movimento che infine vedrà tutti scomparire nell’oscuro mistero della vita.
Giuseppe Distefano

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