Categorie: arteatro

TEATRO

di - 19 Gennaio 2018
Più che parlare di teatro per la terza “Furla Series” che ha visto protagonisti tre atti di Adelita Husni Bey, Frangente/Breaker, bisognerebbe parlare di “esperienza”. E non posso evitare di scrivere questo breve commento in prima persona, visto che l’esperienza collettiva è sempre e comunque composta da una serie di individualità.
Cementarmato. La “tutur” del gruppo del quale faccio parte ci porta, siamo una ventina, davanti a un’opera di Kounellis. Non è la celebre “Rosa Nera”, ma un classico dittico di ferro, dove due binari reggono sacchi di juta per la raccolta di carbone, e pietre. Secondo gli ordini dobbiamo guardarla per due minuti, descriverla nella nostra mente, raccontarla a chi non la può vedere. Silenzio. «E ora chiudete gli occhi, e iniziate a raccontare ad alta voce, tutti insieme, l’opera». Panico. Incespichiamo, fatichiamo a tirare fuori le parole, nessuno sembra voler partire. «TUTTI INSIEME», di nuovo la guida perentoria. Si parte, in una litania sommessa, sussurrata. Sento i miei vicini dire qualcosa, altri tacere, parlo dell’opera distratto dalle altre voci, come pensando ad altro, cerco di carpire quel che sento. E poi ecco: «Quando chiamerò il vostro nome, a caso, sarete gli unici a parlare e gli altri vi ascolteranno».

Adelita Husni-Bey, Azione per una Catena Umana, atto III di Frangente/Breaker, performance, piazza Duomo, Milano, 2018. Courtesy l’artista e Laveronica arte contemporanea. Foto © Masiar Pasquali

E Matteo non poteva mancare, classico. Cercando di fare ordine nella mente descrivo un dittico metallico, con due binari che reggono sacchi per la raccolta del carbone e pietre, dico che è Arte Povera, sento la mia voce, sono imbarazzato. Altri, scoprirò più tardi, non hanno nemmeno recitato pubblicamente presi del terrore. Altri, chiamati all’appello, fanno sfoggio del sapere e citano assonanze con artisti giapponesi. Altri propongono aggettivi. Quando l’azione finisce il silenzio richiesto nel percorso da questa ala del museo alla sala Fontana è rotto da parole e risate: l’ansia da prestazione è svanita, la sindrome da debutto annullata e io penso – come sempre del resto – che parlare, spiegare e riuscire a “trasmettere” l’arte è cosa, se non impossibile, assolutamente rara. Il linguaggio verbale, davanti all’opera, è come se subisse un arresto, uno schiacciamento. Come se le parole non bastassero mai per visualizzare quello che si ha di fronte. Primo problema del linguaggio. O quando l’occhio vince.
Sull’Esilio. Nella seconda sala penso, di fronte ai migranti che leggono testi corretti dai tutor italiani che sì, è vero quello che spiega Warren Neidich nella nostra rubrica “Curatorial Practices”: il linguaggio non è un problema di cervello, ma di geografia. Sono italiano ma sono anche un migrante in Grecia, in Cina o in Germania, che non riesce a ripetere nulla – tantomeno a capire – quel linguaggio che, invece, per tutti i cervelli che ho intorno è semplicemente vita. E la domanda è sempre la stessa: siamo “noi” ad avere il coltello dalla parte del manico? Forse sì, in questo dominio di pochi chilometri quadrati.
Azione per una catena umana. Al centro di piazza del Duomo due barriere di sacchi bianchi, pieni di sabbia. Servono come sbarramento durante le alluvioni. Due gruppetti si passano i sacchi da un frangente ad un altro, aggiungono e tolgono i sacchi alle fila e viceversa. Alla fine le barricate contro l’acqua sono pressoché identiche. Con una piccola piena, forse, entrambi i gruppi si salveranno. Con tre metri di acqua entrambi saranno destinati a scomparire. Egoismo, o problema di comunicazione?
Matteo Bergamini

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