Ne sono state spese tante di parole per tentare di dare una definizione all’estetica su cui si fondano gli spettacoli di ricci/forte. Tante che non vale la pena di ripeterle. E se il loro fosse invece, e semplicemente, teatro? Un teatro vivo e vibrante nel suo essere contemporaneo, che del nostro tempo assorbe le tensioni e le pulsioni, per restituirle sulla scena. Amplificate, deflagranti, come solo sa essere l’arte. Ma pur sempre autentiche, come reale è il punto di partenza: l’osservazione del quotidiano. Non convince per nulla l’ipotesi che la proposta di Stefano Ricci e Gianni Forte sia una pura e semplice provocazione. Non si spiegherebbero altrimenti la devozione, le reazioni e la partecipazione di un pubblico che li segue sempre più numeroso, fedele, ma non fanatico. Appassionato, e pure affettuoso, sembrano essere le definizioni più giuste.
Dunque, il processo del rispecchiamento è il più convincente. Nei per nulla consolatori spettacoli di questa coppia di artisti, che si è riconosciuta col tempo, dopo essere stata avversaria per la conquista di una parte in uno spettacolo (sono loro a raccontarlo, come dicono pure che le affinità elettive sono state individuate con facilità, e quindi non c’è mai stata vera rivalità), il pubblico ritrova una parte del proprio essere, una consonanza con la scena che stimola un ancestrale movimento-adesione di pancia e, non fermandosi al sensibile pur nel linguaggio delle pelle, mette in moto un processo razionale. Come la filosofia di Nietzsche, e poi di Simmel e di Tilgher, che ragiona su una vita, pura energia, impegnata nel continuo tentativo di scardinamento della forma. Che c’entrano le filosofie della vita con ricci/forte? C’entrano, eccome, perché il loro è un teatro che preme ai confini della routine per creare una nuova forma vitale, che modifica e supera le forme morte.
È stato così dall’inizio per Stefano e Gianni, studi all’Accademia nazionale d’arte drammatica e alla New York University. Ed è stato così poi per ricci/forte, a partire dal primo spettacolo, Troia’s Discount, che li impone all’attenzione nel 2006. Fino a questo IMITATIONOFDEATH, che ha debuttato a fine ottobre al Romaeuropa Festival, (coprodotto insieme al CSS di Udine, il Festival delle Colline Torinesi e la Centrale Fies di Dro), passando attraverso le loro produzioni diventate immediatamente oggetti di culto (Macadamia Nut Brittle, Pinter’s Anatomy, Troilo Vs. Cressida, Grimmless, il ciclo integrale Wunderkammer). Ascoltiamoli.
Come è stato scelto questo ultimo lavoro, a partire dall’argomento e dall’autore?
«IMITATIONOFDEATH, un maiuscolo fuso insieme a sottolineare l’imitazione della morte come inno alla vita. Come possibilità di sfuggire alla tirannia degli oggetti, nostre impronte digitali. Chuck Palahniuk, con la descrizione di un mondo, fatto di tonnellate di detriti che puntellano la nostra solitudine – privi come siamo di rotte sentimentali – ci ha fornito la torcia per addentrarci nel buio del nostro tabù più intimo: la morte e cosa resta di noi una volta consumata l’esistenza».
Quale è stato il metodo della selezione degli attori e delle prove?
«Negli ultimi due anni abbiamo realizzato in giro per l’Italia una serie di workshops indagando sul tema degli oggetti come diario personale. In ciò che si consuma ogni giorno c’è un presagio di vita rallentata, contratta nell’abitudine. Cristallizzata in un gelo di morte. Abbiamo lavorato complessivamente con 120 performer, convissuto con le loro ossessioni. Abbiamo estrapolato 16 persone, una crew di SuperEroi pronti all’assedio del tempo. Le prove sono state molto impegnative sotto il profilo fisico ed emotivo: un tour de force in cui si chiarisce quanto sia assolutamente necessario morire, perché finche siamo vivi manchiamo di senso».
Che cos’è per ricci/forte la morte e quale significato danno alla relazione con gli oggetti della memoria, elementi centrali nella costruzione dello spettacolo?
«Morte intesa come inizio di ogni possibilità. Morte come eterna notte di Halloween, dove la distinzione tra vivi e morti appare ambigua. Non basta seppellire un cadavere: a volte si seppelliscono i ricordi, le aspettative. Gli oggetti sono pezzi di noi, un mosaico. Di quello che siamo stati, di quello che resteremo anche quando noi non ci saremo più. Un ologramma. Un caos di possibilità lasciate in mani sconosciute».
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