Categorie: arteatro

TEATRO | La scenografia diventa personaggio

di - 19 Maggio 2012
Per fare della scenografia qualcosa di diverso che un semplice sfondo, Saverio Marconi, anima della Compagnia La Rancia, ha lavorato insieme alla regista Gabriela Eleonori su un testo di grande spessore, esempio contemporaneo del cosiddetto “teatro di parola” che, però, non può far a meno dell’ambiente. Si tratta di Variazioni enigmatiche di Eric-Emmanuel Schmitt: la storia di un confronto serrato, con colpo di scena finale, tra un premio Nobel per la letteratura che vive su un’isola, nascosto dal mondo, e un giornalista di provincia a cui, sorprendentemente, concede un’intervista. Niente è ciò che sembra nel rapporto fra i due, fino, appunto, alla clamorosa svolta finale. Per raccontare questa storia, Marconi e la Eleonori avevano scelto, per la prima uscita nel maggio scorso, un salone di una casa nobiliare, palazzo Benadduci, a Tolentino – cittadina in provincia di Macerata, sede della Compagnia La Rancia – capace di accogliere ventidue spettatori a sera, disposti su due file. Un’atmosfera raccolta, pur in uno spazio piuttosto ampio, dove pochi elementi scenografici costruiti si mescolavano agli arredi originali della casa. Il tutto contribuiva in maniera decisiva all’intimità della relazione tra i due uomini. Ora lo sbocco nelle stagioni teatrali, con un problema fondamentale: come riportare uno spazio scenico, azzeccato per sua natura, sul palcoscenico di una sala più grande (dopo aver esaurito le repliche romane alla Cometa, lo spettacolo sarà a maggio alla Luna di Milano)? Un passaggio non da poco.

Lo spazio, infatti, nella scena contemporanea – pur innervata nella tradizione della parola – si pone come coprotagonista per l’efficacia del risultato attoriale, e dello spettacolo più in generale. Si potevano prendere diverse strade, ma alla fine Marconi ed Eleonori hanno deciso per quella più rischiosa, che alla prova dei fatti si è rivelata anche la più esteticamente remunerativa. La stanza del duello verbale tra i due attori è stata ricostruita, con una serie di accorgimenti, traducibili nella fortuna della messinscena. Grazie all’intervento della scenografa Carla Accoramboni sono state mantenute la connotazione nordica del testo e la scena sospesa come l’isola dove accadono le cose. Il salotto è rimasto, ma la svolta vincente è stata la decisione di evitare quadrature o quintature, virando verso l’uso del tulle, che ha permesso di mantenere la luce – altro elemento di notevole importanza – calda all’interno del salotto e fredda all’esterno, come se tutto avvenisse in un crepuscolo artico. Ciò ha permesso la sospensione del tempo e la nudità dei personaggi, che affidano la loro comprensione a ciò che dicono. Una parola parlata, che l’ambiente ha contribuito a mantenere colloquiale, senza bisogno di “spingere” sulle frasi, alterando le equilibrate atmosfere.
Altro esempio di straordinario lavoro è quello della scenografa Daniela Dal Cin, storica colonna portante della compagnia piemontese Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa, per il debutto, a fine febbraio, dell’”Edipo Re” nell’adattamento di Marco Isidori al teatro Gobetti di Torino. L’intelligente viaggio dentro uno degli archetipi della cultura occidentale, dentro il “testo perfetto” come lo definì già Aristotele, è stato risolto con una scenografia-personaggio di grandissimo impatto, perfettamente inserita nella cifra stilistica del gruppo. Un’opera d’arte in sé, che da sola è capace di reggere il confronto, di parlare al pubblico, e nello stesso tempo è in grado di restituire alla perfezione le tensioni delle figure fondamentali dell’opera, in senso contemporaneo e non banale. Una sorta di zigurrat per il palazzo di Edipo, fortino da espugnare per entrare nei suoi segreti, dove tutto avviene a un piano superiore, e tra macchine sceniche, rispetto a quello del palco. Una struttura solida per anime in bilico, dipinta con colori pastello, che si amalgama ai costumi originali e di un’artigianalità che si fa prodotto artistico (sempre della Dal Cin) di un Edipo riempito da mollette variopinte, una Giocasta ingabbiata nel bozzolo di una farfalla e un coro (che si sdoppia nei vari personaggi) in giacca e pantaloni, ma sporcati di colore. Un geniale impasto, che colpisce ma non disorienta. Anzi, ottiene il meritorio risultato di far entrare ancora di più nella storia.
di pierfrancesco giannangeli

*articolo pubblicato su Exibart.onpaper n. 78. Te l’eri perso? Abbonati!


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