Categorie: Arti performative

Other Identity #200, altre forme di identità culturali e pubbliche: Silvia Calderoni

di - 12 Aprile 2026

Tratta dall’omonima rassegna ideata dall’artista e curatore indipendente Francesco Arena, la rubrica OTHER IDENTITY – Altre forme di identità culturali e pubbliche vuole essere una cartina al tornasole capace di misurare lo stato di una nuova e più attuale grammatica visiva, presentando il lavoro di autori e artisti che operano con i linguaggi della fotografia, del video e della performance, per indagare i temi dell’identità e dell’autorappresentazione. Questa settimana intervistiamo Silvia Calderoni.

Ritratto, foto Claudia Pajewski

OTHER IDENTITY:  Silvia Calderoni

Il nostro privato è pubblico e la rappresentazione di noi stessi si modifica e si spettacolarizza continuamente in ogni nostro agire. Qual è la tua rappresentazione di arte?

«Non credo che esista una separazione netta tra pubblico e privato, mi piace pensare che c’è una zona in cui le due sfere si intersecano, soprattutto quando ciò che trattiamo sono le arti e nel mio specifico le arti vive. Qui, ciò che viene comunemente considerato intimo è molto spesso materia di lavoro, come ad esempio il corpo, l’identità e il nostro posizionamento politico. Scegliamo continuamente cosa trasferire nella dimensione pubblica e viceversa, è un sistema a vasi comunicanti e il nostro agire è la grammatica di molti dei nostri lavori. Sicuramente l’utilizzo di massa dei social media ha esasperato e annebbiato il potenziale di questo travaso senza fine, ma allo stesso tempo ha permesso a un numero maggiore di persone di “produrre contenuti” e di metterli in condivisione con milioni di altre persone in un solo istante. Una velocità e una possibilità di trasmissione che nel mondo dell’arte non sono altrettanto facili».

Silvia Calderoni, Gabriele Lepera, Fedra Morini in “The present is not enough” di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, Foto Davide Ciriello (Foto Rebecca Lena, courtesy Centrale Fies)

Creiamo delle vere e proprie identità di genere che ognuno di noi sceglie in corrispondenza delle caratteristiche che vuole evidenziare, così forniamo tracce. Qual è la tua “identità” nell’arte contemporanea?

«Identità è una parola che fatico a utilizzare, se non in un contesto politico o legato all’autodeterminazione, insieme collettiva e personale. Non credo che un’identità di genere si crei, non ha a che fare con una serie di possibilità-alternative tra cui scegliere, come se fossero lì a disposizione. È piuttosto un sistema complesso in cui orientarsi, a volte doloroso, in direzione di ciò che desideriamo essere, non verso ciò che non siamo – ed è fatto anche di norme, spesso violente, di ingiunzioni, di comandi non scritti. Per questo è molto problematico per me utilizzare questo termine nel campo artistico. Qui il processo è completamente opposto, la direzione, la spinta è sempre verso qualcosa lontano e sconosciuto che mi modifica, mi muta e va continuamente ad alterare la mia visione, la mia sensibilità, il modo in cui faccio le cose. Quello artistico è un percorso, non un’identità».

Silvia Calderoni in “Thefutureisnow?” di Silvia Calderoni e Ilenia Caleo, Foto Paola Emme (Margherita Caprilli)

Quanto conta per te l’importanza dell’apparenza sociale e pubblica?

«Lo spazio di costruzione pubblica e sociale pubblicamente e socialmente è sempre stato un terreno nella mia giovinezza di grande divertimento e sperimentazione. Posso definirla un’accademia, una palestra, un corso continuo di formazione – l’invenzione estetica e delle corporeità è stata anche lo spazio delle controculture, del punk, del dark, del glam e delle culture queer e frocie, delle ballroom. Stupire, provocare, scomparire e ritornare in forme sempre diverse, fluide, rassicuranti e travolgenti. Più che apparire è un inventare privo di autorialità, un destabilizzare delle forme».

Silvia Calderoni e Judith Malina, The Plot is the Revolution dei Motus. Foto Camilla Pin

Il richiamo, il plagio, la riedizione, il ready made dell’iconografia di un’identità legata al passato, al presente e al contemporaneo sono messi costantemente in discussione in una ricerca affannosa di una nuova identificazione del sé, di un nuovo valore di rappresentazione. Qual è il tuo valore di rappresentazione oggi?

«Mi piacerebbe sbarazzarci un attimo del sé, dell’io, così ingombrante, così richiedente in questo presente che finisce sempre un passo prima. La direzione che trovo più interessante è quando l’io lascia spazio allo sguardo posizionato, quando l’unico modo per valutare l’arte è utilizzando goniometri e compassi. Quando il plagio diventa una scelta, il richiamo una necessità, la riedizione una sequenza cardiaca. La ricerca affannosa non è verso una nuova identificazione del sé ma verso un desiderio comune che torni a farci reinnamorare».

Silvia Calderoni, At Home della serie Ouverture of Something that Never Happened. Regia di Gus Van Sant e Alessandro Michele per Gucci

ll nostro “agire” pubblico, anche con un’opera d’arte, travolge il nostro quotidiano, la nostra vita intima, i nostri sentimenti o, meglio, la riproduzione di tutto ciò che siamo e proviamo ad apparire nei confronti del mondo. Tu ti definisci un’artista agli occhi del mondo?

«Sì. E ci ho messo molto tempo a riuscire a dire questo sì con sicurezza e orgoglio. In questo paese la figura dell’artista ancora viene associata il più delle volte a un privilegio, a qualcosa che solo poche/i possono frequentare, a un’elite, ma è un modo molto escludente e classista di pensare l’arte, che invece è (anche) una professione, un fare, un’attività specifica come invece accade in altri paesi, e non mi riferisco solo a quelli nordeuropei».

Silvia Calderoni, DJ set performance. Foto Santi Arribas

Quale “identità culturale e pubblica” avresti voluto essere oltre a quella che ti appartiene?

«Credo che il mio lavoro, “fare l’artista”, in particolare nelle le arti dal vivo che si fanno con il proprio corpo, la propria voce, le emozioni, il tempo vissuto sia proprio questo: essere “ciò che avrei voluto essere oltre quello che mi appartiene”. L’ncarnare, frequentare altre presenze oltre la mia, altre intensità e via via plasmare nuove parti di me, tradursi in opere con forme diverse, sguardi taglienti senza zavorre pesanti. Poter cercare il maggior numero di luoghi possibili dove rimanere a bocca aperta».

Silvia Calderoni, La leggenda di Kaspar Hauser di Davide Manuli (2012). Foto Tarek Ben Abdallah

Biografia

Silvia Calderoni è attrice e performer. Si forma artisticamente da giovanissima con la compagnia Teatro della Valdoca, di cui è stata interprete in diverse produzioni tra cui Paesaggio con fratello rotto. Dal 2006 è parte attiva della compagnia Motus ed è interprete negli spettacoli Rumore Rosa, A place, ICS – racconti crudeli della giovinezza, Crac, Let the sunshine in, Too-late, Iovadovia, Tre atti pubblici, Alexis. Una tragedia greca, nella tempesta, Caliban Cannibal, King Arthur, Tutto brucia, Frankenstein. A love story e MDLSX di cui firma anche la drammaturgia insieme a Daniela Nicolò.

Silvia Calderoni, MDLSX (Motus). Foto Simone Stanislai

È protagonista di The Plot is the Revolution a fianco di Judith Malina, storica fondatrice del Living Theatre. Nel 2022 è in scena ancora con Valdoca con Enigma. Requiem per Pinocchio e Bestemmia (2025). Premio Ubu 2009 come miglior attrice under 30, al cinema è Kaspar in La leggenda di Kaspar Hauser, film cult diretto da Davide Manuli (2012), e poi tra gli altri in Last Words (2020) di Jonathan Nossiter, nella serie Sky Romolus, diretta da Matteo Rovere e in Non mi uccidere (2021) di Andrea De Sica. È protagonista della miniserie Ouverture of Something that NeverEnded (2020) diretta da Gus Van Sant e Alessandro Michele, e del film e video opera Moonbird (2022) di Rä Di Martino.

È stata artista associata di Queering Platform del Kowloon Cultural District di Hong Kong (2020/23), consulente artistica di Sherocco Festival (Ostuni) e attualmente, insieme a Silvia Bottiroli, Michele Di Stefano e Ilenia Caleo è curatrice del festival Short Theatre (Roma).

Dal 2012 porta avanti insieme ad Ilenia Caleo un atelier di ricerca orbitante: nel 2019 hanno dato vita a KISS, progetto performativo con 23 performer e successivamente, per la Queering Platform del Freespace West Kowloon di Honk Kong, hanno ideato il progetto nomade SO IT IS. Nel 2021 hanno fatto parte di Flu水o, progetto crossdisciplinare vincitore dell’Italian Council (9° Edizione 2020), per il quale hanno creato l’azione performativa thefutureisNOW? (Milano, Seoul, Shanghai). Nel 2022, hanno creato l’istallazione Pick Pocket Paradise per la mostra Espressioni con frazioni al Castello di Rivoli – Museo di Arte Contemporanea (Torino). Sono artiste associate del Padiglione Italia della Biennale Architettura 2023.

Nel 2023 ha debuttato ad Amburgo The present is not enough co-prodotto da Azienda Speciale Palaexpo – Mattatoio | Progetto Prender-si Cura, Kampnagel (Hamburg), Kunstencentrum Vooruit vzw (Ghent), Motus Vague. Nel 2025 è uscito il loro ultimo lavoro performativo Temporale (a lesbian tragedy) che è attualmente in tour.

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