Zeinab Alhashemi, Desert X AlUla, 2022, photo by Lance Gerber
Il National Museum of Asian Art dello Smithsonian Institution, la più importante organizzazione governativa culturale degli Stati Uniti, ha ufficializzato in questi giorni una partnership con la Royal Commission for AlUla – RCU dell’Arabia Saudita, consolidando una collaborazione iniziata sottotraccia due anni fa e destinata ora ad assumere una veste pubblica e strategica.
Firmato da Chase Robinson, direttore dell’NMAA, e da Abeer Al Akel, amministratrice delegata della RCU, l’accordo prevede iniziative congiunte in tre aree: ricerca archeologica, prestiti espositivi e programmi di formazione curatoriale. «Le nostre équipe di conservazione e curatela hanno già lavorato con AlUla su sculture recentemente ritrovate. Questa nuova fase ci consentirà di approfondire la collaborazione e costruire reti professionali durature», ha dichiarato Robinson.
I progetti si concentreranno in particolare nell’area archeologica di Dadan, antica capitale delle civiltà lihyanita e dadanita e tappa fondamentale lungo la Via dell’Incenso, una delle più importanti rotte commerciali dell’antichità, che collegava l’estremità della Penisola arabica al Mediterraneo. E l’aspetto commerciale ed economico è centrale ancora oggi: il sito, oggetto di una crescente attenzione internazionale, è parte integrante della strategia saudita Vision 2030, l’mbizioso piano di diversificazione economica che, oltre alla transizione energetica, punta alla cultura come asset geopolitico.
In questo scenario, l’accordo con il museo statunitense si inserisce in una rete più ampia di alleanze culturali strette da Riyadh negli ultimi anni con istituzioni di primo piano: dal Centre Pompidou all’Andy Warhol Museum, da Unesco alla biennale Desert X, fino a Proger, gruppo italiano specializzato in ingegneria e project management. Iniziative che, se da un lato contribuiscono a proiettare Al Ula nel firmamento delle nuove capitali culturali globali, dall’altro non sfuggono al sospetto di “artwashing”: una strategia di soft power volta a ripulire l’immagine del Paese, che rimane implicata in casi di violazione dei diritti umani.
Il tempismo della firma, del resto, non passa inosservato: l’intesa arriva pochi giorni dopo la visita del Presidente Donald Trump al principe ereditario saudita Mohammed bin Salman e l’annuncio di un nuovo impegno saudita per investire 600 miliardi di dollari negli Stati Uniti, tra cui 142 milioni destinati a forniture belliche da aziende americane.
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