Anonimo, preservativo con stampa, ca. 1830. Acquistato dal Fondo FG Waller. Foto: Rijksmuseum/Kelly Schenk
La collezione del Rijksmuseum di Amsterdam è veramente enorme ma, tra i Rembrandt e i Vermeer, in questi giorni fa bella mostra di sé anche un oggetto tanto minuto quanto chiacchierato: un preservativo risalente al 1830, realizzato con le interiora di una pecora e ornato con una scena licenziosa da pamphlet libertino, decisamente osé anche oggi. Questa vera reliquia del piacere – che però non è mai stata usata, almeno non per i suoi scopi espliciti – era stata acquisita pochi mesi fa dal museo olandese per poco più di mille euro, un vero affare secondo Joyce Zelen, curatrice della sezione delle stampe d’arte: «Negli ultimi 20 anni i preservativi con le immagini sono stati venduti a prezzi molto più alti». Dunque non si tratta di un oggetto poi così tanto insolito. Questo però potrebbe essere un souvenir di un bordello, di cui se ne sarebbero conservate solo due copie, come spiegato dal Rijksmuseum.
Secondo molti archeologi, già nell’antico Egitto si usavano diverse modalità più o meno efficaci per controllare le nascite e, in parte, per contrastare la diffusione di malattie. Cenni a metodi contraccettivi, sia maschili che femminili, si trovano in varie fonti anche se in maniera velata o ambigua. Fu solo nel Rinascimento che Gabriele Falloppio descrisse per la prima volta con precisione un preservativo in lino, trattato chimicamente contro la sifilide, suscitando le ire del teologo gesuita Leonardo Lessio, che condannò lo strumento come immorale. Tra XVII e XIX secolo, i profilattici venivano realizzati con intestini animali e usati soprattutto nei bordelli. L’invenzione della gomma vulcanizzata nel 1839 rivoluzionò la produzione, rendendo i condom più resistenti e accessibili. Il preservativo del Rijksmuseum è dunque uno degli ultimi ancora di origine organica.
La sua rarità, però, non è data soltanto dalla materia di cui è fatto ma, soprattutto, dalla sua decorazione: un’incisione erotica sorprendentemente dettagliata, che raffigura una suora a gambe divaricate, con dito puntato verso tre ecclesiastici, accompagnata dalla didascalia “Voilà mon choix”, “Ecco la mia scelta”. Un’irriverente parodia, con tanto di rovesciamento di genere, del Giudizio di Paride, che rilegge il celebre mito greco della mela d’oro in chiave anticlericale e ironicamente femminista.
Il reperto è ora esposto nella prestigiosa Sala delle Stampe del museo olandese, come parte di un nuovo focus dedicato alla sessualità e al lavoro sessuale nell’Ottocento. Rimarrà visibile al pubblico fino a novembre. Per chi volesse approfondire, sul sito del Rijksmuseum c’è una scheda molto precisa, con tanto di fotografia in alta definizione.
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