Merita di essere scovato, nell’infinita kermesse veneziana, il padiglione armeno. Piccolo e segreto tempietto privato di Palazzo Zenobio – sede di un’altra chiacchieratissimamostra ‘a latere’: Absolute Generations-, la loggia del Temanza ospita No Return, duplice installazione, musicale e visiva, dei giovani artisti armeni David Kareyan (Village of Darpas, 1973) e Eva Khachatrian (Yerevan, 1977).
Un’opera sensoriale, in cui la parola è programmaticamente bandita in nome di una sensualità raffinata e diffusa, in cui la cultura si fonde con la meccanica, la bellezza con l’artificio tecnologico, l’omaggio all’estetica del cinema sovietico delle origini con le tradizioni ataviche del popolo armeno. Popolo, come quello curdo e palestinese, a
”Ci sono momenti, nella vita, in cui la parola diventa inutile” spiega Kareyan “ed è come se il Mondo non fosse stato creato attraverso le parole. Allora appare possibile comunicare con il più intimo dei linguaggi: quello del corpo…”
Così, tre schermi s’incaricano di avvolgere fisicamente e psicologicamente lo spettatore, mentre le note di Eva Khachatrian definiscono un mantra religioso di orientale fascino e cupezza -in realtà si tratta della lettura digitalizzata, rovesciata e deformata di un verso del poeta rivoluzionario armeno Yeghishé Charents-, necessaria base sonora del movimento del danzatore il cui torso campeggia, isolato sullo sfondo scuro, nello schermo centrale.
E che, singolarmente, diventa schermo esso stesso, all’interno del quale si delineano, con evidente polemica, reti e fili spinati, parate militari ed aeroplani, fuoco e violenza, ulteriormente ribaditi dagli schermi laterali.
No Return si configura dunque come richiamo alla fisicità della natura e alla purezza delle origini. Un ritorno, forse, ormai impossibile, in una confusa società
Progetto culturale ed espositivo nato in Armenia nel ’95, The Armenian Pavilion Council è sostenuto dal Centro Studi e Documentazione della Cultura Armena, fondato a Milano negli anni ’60 per promuovere la culture non ufficialmente riconosciute del Caucaso e del Medio Oriente, e dall’ACCEA (Armenian Center for Contemporary Experimental Art), che con sedi a Yerevan e New York dal ’92 promuove l’arte armena sperimentale e d’avanguardia.
elena franzoia
mostra visitata il 15 luglio 2003
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