Categorica, un po’ sprezzante. Non ammette repliche, un’espressione come devil – may – care (all’incirca chi diavolo se ne frega)… e quando diventa il titolo di una mostra – quella allestita nel padiglione dei Paesi Nordici (commissario Ute Meta Bauer, curatore della prossima BerlinBiennale ; curatori Anne Karin Jortveit e Andrea Kroksnes) ha il suono di uno schermirsi irruente, improvviso, ma in fondo innocuo. Da intendere con ironia. Come dire, can che abbaia non morde.
Ed in effetti non morderebbe particolarmente neanche il padiglione di Alvar Aalto,
Più che un atteggiamento meravigliosamente sfrontato (così scrivono i curatori nel testo in catalogo), questo assomiglia ad un destreggiarsi consapevole e sicuro tra linguaggi e mezzi espressivi contemporanei: una mediazione disinvolta che guarda alla tradizione europea (l’espressionismo depurato di Andersson), al minimal (le installazioni di Braein, in bilico tra improvvisazione e severa orditura geometrica) e che mantiene
I piccoli interni dipinti da Karin Mamma Andersson (Luelå, 1962; vive a Stoccolma) hanno colori smaltati e prospettive accuratamente distorte, invece i paesaggi scivolano davanti agli occhi come strisce continue, simili in qualche caso a stampe orientali, cesellati con una calligrafia ostinata e precisa; poco più in là alcuni quadrati di tessuto di varie dimensioni coprono una porzione relativamente grande del pavimento: è l’intervento di Kristina Braein (Oslo, 1955; vive ad Oslo), misurato, laconico, ovviamente minimo.
E minime sono anche le short stories raccontate da Liisa Lounila (Helsinki, 1976;
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