Categorie: biennale 2003

Eppure…

di - 20 Giugno 2003

Reduci da una Biennale complessivamente deludente, spesso sconclusionata, le cui premesse teoriche non coincidono quasi mai con la reale “messa in scena” (vedi la famosa dittatura dello spettatore), vogliamo comunque raccontare quello che, nonostante tutto, ci è piaciuto. E di opere forti, intense, ben costruite e allestite, ne abbiamo viste molte.
Due sono le immagini che ricorderemo più di tutte. Il padiglione spagnolo sbarrato claustrofobicamente con un muro da Santiago Sierra e il monello indemoniato con la faccia di Maurizio Cattelan che gironzola in triciclo per i Giardini ed il Padiglione Italia.
Da un lato l’indole violenta, cupa e pessimista dell’artista spagnolo, dall’altra la vena ironica, beffarda, ma immancabilmente malinconica dell’italiano. Portatori di due concezioni opposte del fare arte, Sierra e Cattelan hanno costretto lo spettatore a prendere una posizione. Gli hanno impedito di rimanere indifferente, di sospendere il giudizio, di passare oltre senza aver riflettuto, compreso, partecipato.
Entrando nel padiglione spagnolo, ci si trova di fronte un enorme muro di mattoni, grezzo e insormontabile. A destra e a sinistra due stretti corridoi pieni di macerie. Sul retro della struttura una guardia giurata sbarra l’entrata a chiunque non sia di nazionalità spagnola. Impedendo fisicamente l’accesso ad uno spazio –che risulta connotato geograficamente e politicamente- Sierra riproduce nello spettatore la frustrazione che nasce dai confini imposti, dalle barriere reali e psicologiche, oltre che indurlo ad una riflessione sui concetti di nazionalità e di appartenenza.
Solo apparentemente più leggero e scanzonato, il bambinetto di Cattelan è in realtà una presenza disturbante. Simpatico come un bambolotto, ma diabolico sul suo triciclo alla Shining, è lì per sfotterci. Cosa siete venuti a fare qui? Non è questo forse un parco per giocare?

Ben concepita e realizzata La Zona di Massimiliano Gioni. Nel rosso padiglione degli A12, che sembra una piattaforma provvisoria o un’astronave appena atterrata, le opere dei quattro italiani si completano e rinforzano l’una con l’altra, fornendo uno spaccato parziale, ma stimolante, dell’arte giovane nel nostro Paese. Panorama arricchito dal perfetto video di Sara Rossi al padiglione Venezia, che nonostante la maturità di linguaggio raggiunta, vede soffiarsi via il Premio per la Giovane Arte dalla pur brava iraniana Avish Kabrezadeh.
Tra le partecipazioni nazionali spicca per forza immaginativa e qualità dell’allestimento il padiglione americano di Fred Wilson che, a dispetto del concept banaluccio (la condizione dei neri e il razzismo “storico”), restituiva una visione complessa e formalmente convincente.
Un incubo ad occhi aperti la mostra di Chris Ophili (padiglione inglese), che ha installato le sue enormi tele luccicanti –realizzate con sterco d’elefante- in un visionario ambiente rosso/verde, generando un effetto percettivo che stordisce. Coinvolgente e poetico il video di Emanuelle Antille nel padiglione svizzero, aiutato anche da un allestimento a quattro schermi e da una band che suonava dal vivo.
I complessi temi della diversità, della biogenetica e della carnalità sono il fulcro dell’opera di Patricia Piccinini, unica rappresentante dell’arte australiana. La sua “casa” è popolata di freak ed esseri informi, strane forme di vita pseudo-umane che sembrano vivere in un clima di tenerezza e armonia familiare. Una (quasi superflua) conferma il portoghese Pedro Cabrita Reis, presente con due enormi installazioni, nei Giardini e alla Giudecca.
Tra le sorprese e gli outsider le migliori prove l’hanno date la Slovenia con la mostra di Ziga Kariz e il progetto Makrolab di Marko Peljan, il Lussemburgo (premiato con il Leone d’Oro) e la Romania, che dedica coraggiosamente l’intero padiglione ad un progetto di Net Art.

La mostra Ritardi e Rivoluzioni, nel Padiglione Italia, è dominata dai grandi nomi dell’arte contemporanea internazionale. L’enorme vetrina di pillole di Damien Hirst, i disegni incastonati in tavoli-scrigni di Matthew Barney, la struttura scultoreo-architettonica di Gabriel Orozco. Fuori discussione le presenze “storiche” come l’installazione con telecamere a circuito chiuso, monitor e specchi di Dan Graham (datata 1974) e il film Outer and Inner Space di Andy Warhol, di un’attualità sconcertante.
Tra i più giovani segnaliamo Felix Gmelin che riflette senza retorica sullo scarto generazionale tra il 1968 e il 2000 e sulla trasformazione del concetto di rivoluzione, e Jonas Dahlberg, autore di un video che catapulta lo spettatore in un immaginario ascensore che viaggia ininterrottamente verso il basso.
Seppur più difficili da individuare, anche nel caotico Arsenale spiccavano opere intense e originali. Se nella brutta mostra Clandestini (a cura di Francesco Bonami) i lavori incisivi si contavno sulle dita di una sola mano (i video di Doron Solomons e Aida Ruilova e il corridoio “borrominiano” di Monika Sosnowska), le cose vanno molto meglio nella mostra di Igor Zabel Sistemi Individuali (di fatto l’unico discorso espositivo –assieme a Pittura/Painting- a funzionare da cima a fondo in questa Biennale). Accanto ai quadri architettonici di Josef Dabernig, ipnotizza il bellissimo video di Pavel Mrkus, che fa danzare leggiadamentre due robot per la verniciatura delle carrozzerie delle auto. Di altissimo livello le fotografie di Luisa Lambri e azzeccata anche la Fiat Seicento di Simon Starling (pur tuttavia già vista in una personale da Franco Noero a Torino), capovolta su un fianco e attaccata alla parete. Opera che sembra fare il paio automobilistico con il Maggiolone “esploso” di Damien Ortega. Che gli artisti abbiano voluto sottolineare plasticamente le poco felici sorti industriali di Fiat e VolksWagen?

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valentina tanni

ph. v.tanni / a.dosselli

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