Il padiglione polacco della 49esima Biennale di Venezia ha un unico protagonista: Leon Tarasewicz.
La mostra personale del quarantaquattrenne artista nato in Polonia a Stacja Walily, ma di origini bielorusse, si presenta come un radicale ripensamento sullo spazio del padiglione: tutto il pavimento diventa un grande campo arato. La poetica di Leon Tarasewicz, decisamente influenzata dalle sue origini e dalla sua infanzia trascorsa in un piccolo villaggio agricolo, si esprime nelle forme e nei colori che l’artista imprime alle sue opere, questo lavoro ne è un chiaro esempio.
Tarasewicz lavora da 15 anni ricoprendo i pavimenti, le pareti, i soffitti delle gallerie dove espone. I motivi delle sue opere sono da sempre solchi, strisce, linee continue, ripetitive ed infinite che spesso creano spiazzamento, disorientamento, perdita di percezione. Negli anni ’80 inserisce nelle sue mostre delle colonne completamente ricoperte da strisce orizzontali gialle e verdi; la disposizione degli elementi architettonici – spesso inesistenti in origine nello spazio espositivo – e la scelta cromatica, creava nel pubblico una tale perdita di equilibrio da costringerlo ad arrancare per la mostra appoggiandosi alle pareti ed alle stesse colonne, creatrici del disagio.
Le illusioni ottiche e lo straniamento sono allo stesso modo protagonisti nel lavoro che Leon Tarasewicz presenta alla Biennale. Il grande campo arato assume una calda colorazione arancio se ci si pone ad un suo estremo, il cromatismo muta in un blu intenso posizionandosi dalla parte opposta.
Nel lavoro del noto videoartista veneziano, in effetti, coesiste l’elemento tecnologico e il soggetto (acqua, fuoco) che rimanda ad atmosfere preistoriche, arcaiche, originarie. Leggendo poi nel catalogo (peccato davvero per la traduzione in italiano eccessivamente zoppicante…) che il progetto di Tarasewicz prevedeva, in principio, una serie di installazioni ambientali sparse per Venezia, notiamo come il raffronto con l’ultimo ‘monumento’ di Fabrizio Plessi sia davvero indovinato.
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