amore che vieni amore che vai (ovvero della pittura)
La pittura non è mai stata il mio forte, ho sempre pensato
che fosse quasi anacronistico fare ancora pittura dopo i grandi dei secoli
scorsi. Una ovvietà, lo so. E infatti nel tempo ci sono stati alcuni artisti
che sono riusciti a confutare questa mia teoria, forse sciocca ed anche banale.
Per esempio l’artista ora in mostra da Francesca Antonini a Roma, un artista
americano, giovane ma non troppo, davvero molto bravo e capace di realizzare
lavori emozionanti. Artista americano dicevamo, e si vede appena si entra in
galleria che l’artista è americano, statunitense per dirla in maniera
esatta. I lavori presentati in
galleria sono il frutto del suo lavoro durante alcuni mesi trascorsi in
residenza a Roma, frutto dunque dei colori della luce dei contrasti ritrovati
nella capitale. Gregory Hayes, questo il nome, raccoglie i frutti di sessanta
giorni a contatto con le meraviglie romane esplicitandole con un linguaggio
che, dopo aver metabolizzato Pollock, Martin, si fa espressione di una tecnica più contemporanea. Non dobbiamo
sempre chiederci cosa ci sarà dietro quella pittura, piuttosto in questo caso
la sensazione di maggiore importanza è quella dell’esperire questi pattern
sofisticati, realizzati con tecniche di estrema precisione, ma che all’occhio
appaiono solamente piacevoli e rincuoranti. Tecniche precise e quasi
ridondanti, ripetute in maniera ossessiva, che regalano all’occhio piacere e
bellezza. La mostra si intitola I’am the sun, e mai come ora un titolo può
apparire adatto alla situazione contingente. E buona epifania
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