Categorie: blabla arte

Intervistiamo Gugliemo Castelli

di - 8 Febbraio 2016
Conosco Guglielmo da qualche anno, a Bologna ha fatto furore, e mi faceva piacere fare quattro chiacchiere con lui che, dai rumors che si sentono in giro, è uno degli astri promettenti del nostro paese, e i numeri in effetti gli danno ragione.
Ti sei ripreso da questi giorni intensi di Bologna?
«È stata una bellissima settimana piena di energie, confronti, nuovi progetti…sembrava già primavera».
Sei arrivato in fiera selezionato da Forbes come uno dei quattro creativi influencer d’Italia, mi sembra inoltre che le vendite siano andate benissimo, e alla fine, ciliegina sulla torta sei stato selezionato per la mostra Arte Fiera 40- Lo sguardo delle gallerie sulla grande Arte italiana, negli spazi della Pinacoteca Nazionale di Bologna, con l’opera “Perdono perché dimentico”. Non hai paura di svegliarti e di renderti conto che è stato tutto un sogno?
«Son ben sveglio e focalizzato sul lavoro, che è quello che parla.
I risultati che sono arrivati sono stati determinati da una continua ricerca, coerenza, studio approfondimento, una sorta di parcellizzazione di sensazioni in continuo movimento che tento di trasporre sulla carta e sulla tela. Come cantano gli Edward Sharpe & Magnetic Zero, Sogna ancora sogna meglio».

Hai avuto una carriera fulminante, ricordo quando stavi a Roma al Macro per la residenza – è li che ci siamo conosciuti – avevi le idee ancora forse un po’ confuse su che tipo di lavoro indagare più degli altri, ma mi sei subito sembrato un ragazzo determinato nel voler fare una cosa e soprattutto nel riuscirci.
«La confusione credo faccia parte del processo creativo comune a tutti gli artisti, è l’attimo prima in cui le cose paiono scomposte per poi prendere lentamente forma.
La determinazione è legata all’incertezza, sbagliando, sbagliando ancor e sbagliando meglio si ottengono strade inesplorate che possono determinarne di nuove.
Questa è la libertà».
La libertà dici. Riflettiamo su cosa significhi essere un giovane artista oggi, in un momento in cui deflagrazioni economiche e sociali hanno distrutto i parametri grazie ai quali il sistema arte si reggeva. Paradossalmente credo che ora voi artisti, ma non solo voi, siate più liberi, senza meno orpelli, con maggiori difficoltà ma in grado di fare molto di più, grazie proprio a questa libertà determinata dalla crisi.
«Avere troppa libertà non è sempre sinonimo di possibilità assoluta.
In un’era di condivisione su social network, dove la propria identità viene declinata e selezionata da filtri e saturazioni, riconoscere l’unicità e la qualità non è sempre di facile approccio.
La crisi, sopratutto in Italia, appare come una grande nebulosa di cui non si conosce, credo, la vera natura o le cause scatenanti e ha generato nel tempo una sorta di assuefazione anomala. Appartengo ad una generazione di transizione, ma per quanto mi riguarda tento di attuare una sorta di analisi e di selezionare le cose che dialogano con la mia ricerca e il mio bagaglio estetico. Essere un giovane artista oggi vuole dire affacciarsi al flusso ininterrotto di “tutto”, e in questo ” tutto” essere in grado di scegliere e comunicare a vari livelli.
Come quando da piccoli giravamo il Caleidoscopio…ecco così».

Sei molto giovane, non ha i nemmeno trent’anni, eppure sei molto disciplinato nel tuo modo di essere artista, ed anche severo. Non sembri uno che ama perdere tempo, ma piuttosto ti piace correre verso gli ostacoli per poi superarli.
«Il primo insegnamento dei miei genitori è stato: assomigliare a quello che si dice.
Quello che dico tento di farlo, almeno nel lavoro.
Perché dinanzi ai pennelli non posso mentire, non posso prendere scorciatoie, le doti naturali che mancano le si compensa con la disciplina.
Per quanto riguarda gli ostacoli; sono cenni di futuro, riconoscendoli, avvicinandosi, studiandoli si crea una sorta di vocabolario dell’interruzione momentanea, a cui si può porre rimedio, la volta dopo».
Cosa ti è piaciuto e cosa non ti è piaciuto di questa fiera? Gallerie interessanti? Giovani da osservare con attenzione?
«Sono molto legato alla Fiera di Bologna, qui ho fatto i miei primi passi nel mercato dell’arte, il confrontarmi con altre realtà è stato per me fondamentale,  se dovessi fare degli accorgimenti direi che si osa poco, sopratutto sul contemporaneo.
Per quanto riguarda le gallerie mi sono piaciute; Galleria P420 di Bologna, Galleria Boccanera di Trento e Thomas Brambilla di Bergamo con il giovane artista Erik Saglia anche lui torinese, grande talento e grande persona».

Leggo spesso su facebook dell’importanza della famiglia nella tua vita, i tuoi genitori, la tua casa, il tuo ambiente, gli amici. Mi hai raccontato che i primi tempi della tua ultima residenza a Berlino sono stati tremendi perché ti sentivi molto solo. Quanto è importante questo entourage per la realizzazione del tuo lavoro?
«Sono molto legato a Torino e i suoi portici. Qui sono nato e cresciuto con il rigore e la serietà che ci contraddistingue. Come credo nel gioco di squadra fra curatori e galleristi credo anche negli occhi e nel cuore dei miei amici e della mia famiglia, sono porti dove poter rincasare».
Last but not least: sei felice?
«L’ho chiesto anche al mio analista, mi ha detto che ci saremmo visti il prossimo mercoledì».
Per tutte le opere: courtesy Francesca Antonini Arte Contemporanea, Roma.

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