Ad’a è un progetto coraggioso e felice che trova da una parte il sostegno di operatori culturali quali Roberto Daolio, Claudia Baroncini e Mannes Saffi, dall’altra le istituzioni, i Musei Civici di Imola e l’Assessorato alla
cultura. Così come la prima edizione anche questa volta la manifestazione non è solo una mostra, ma un luogo di progetto, di operatività e proposta: il catalogo, memore dell’esperienza dell’anno precedente, continua ad
assumere una veste creativa facilmente fruibile, così come le opere che si succederanno in queste sere.
Per la maggior parte saranno interventi performativi, temporanei e “sensibili” al contesto. Tra quelli presentati la sera del 24 giugno: progetti site specific (Marcello Maloberti, Andrea Nacciarriti, Simone Cesarini, Luca Trevisani, Anna Rossi, Marco Samorè) accanto ad altri che riflettevano sul tema della città e del contesto urbano in senso più ampio (rassegna video con Annalisa Cattani/Elio Rontini, Cuoghi Corsello, Alessandra Tesi, Sandrine Nicolette, Sissi, Alessandra Andrini, Roberta Piccioni, Sandrina Muzi, Paolo Bertocchi, Marina Fulgeri, Marco Fantini, Mili Romano).
In uno spazio antico come la Rocca questi artisti parlano di contemporaneità e lo fanno in una forma difficile che accoglie in sé il pericolo tanto moderno dell’immanenza, dell’instabilità e della contaminazione: le loro
opere durano una sera, giusto il tempo che il presente diventi passato.
Un momento, un’ora, quanto basta per lasciare una traccia del proprio passaggio su di un muro come fa Anna Rossi che disegna sulla Rocca uno strano cifrario luminoso. E’ il suo tempo ed è una riflessione sull’essere liberi o prigionieri che riannoda un filo col passato in cui la Rocca fu carcere. Ma in questo dialogo serrato si riannodano anche altri fili: con lo spazio dell’architettura, ad esempio, nell’opera di Andrea Nacciarriti che riflette sulla struttura cercandone l’essenza. Grandi cilindri di stoffa bianca scendono lungo uno dei torrioni
e l’architettura rinascimentale –nata come difesa- cede allo strano scherzo del continuo divenire e si arrende mostrando “bandiera bianca”.
Marcello Maloberti invece esce fuori mischiandosi alla folla, alla città con i suoi riti quotidiani: dall’alto la sua installazione si confonde con una giostra per il divertimento dei più piccoli. Un tendone di specchietti riflettenti illuminato ad intermittenza e della musica. Non delle canzoni scelte dall’artista, ma quelle trasmesse da una radio, così il lavoro di Maloberti pare sitonizzarsi su un presente che moltiplica e diffonde all’infinito.
Nel video presentato da Sissi l’accento è posto invece sul limite tra l’interno, il proprio mondo di desideri e piaceri e l’esterno, la città, lo spazio inteso come luogo di una dimensione pubblica. Poi ci sono i paesaggi concentrati, tagliati e stranianti del video di Paolo Bertocchi che rivelano allo sguardo spazi sconosciuti eppure familiari, così come i punti di fuga di Roberta Piccioni o i luoghi bui e assenti della città che nel video di Maria Fulgori diventano spazi astratti, quasi dipinti tanto irreali.
Area d’azione offre quindi uno sguardo altro sulla città, dove per area non s’intende il luogo fisico in cui avviene l’azione, ma una dimensione mentale in cui è l’immaginazione a mostrare aspetti nuovi della realtà. In tre serate che sono quasi tanti mondi possibili.
valeria cino
mostra vista il 24 giugno 2004
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Quest'anno davvero una delusione: lavori "poveri", non pensati per lo spazio e veramente privi di forza!
Un vero peccato!
E poi le scelte degli artisti sono davvero scontate e deludenti.