Un’ampia rassegna documenta le fasi essenziali della vicenda artistica di Jean Fautrier insieme ad altri celebri protagonisti europei che attraversarono la stagione dell’Informale: il vitalismo, la dimensione pulsionale, i nuclei interiori, i malesseri di un clima caldo che sembrava suggerire la presenza di forze telluriche e primigenie in un percorso che si organizza attorno a Composition del 1960, unico pezzo dell’artista appartenente alla collezione permanente.
Dalla prima maniera del Fautrier ancora figurativo che affronta un repertorio iconografico di nature morte, nudi e paesaggi, carichi di umori naturalistici, con impasti densi e palpitanti, quasi per nostalgia seicentesca, si passa al silenzio sacrale e alle forme scarnificate del Le Christ en croix del 1927. Sono i primi indizi di una formula stilistica che si andrà definendo nell’immediato dopoguerra: rigonfiamenti e contrazioni erompono dall’interno in una zona centrale pulsante, una massa dai contorni incerti, pastosa e aggettante, sospesa ambiguamente tra la vita e la morte; tra embrioni, evoluzioni fetali e grumi residui in decomposizione, impastati direttamente sul supporto, come nelle tre Tête d’Otage degli anni ’50. L’esposizione, curata da Renato Barilli, che si avvale della collaborazione di Roberto Pasini, noto
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