Patti Smith (1946), vestale del rock ribelle e sensuale e poetessa on the road, presenta a Ferrara, nell’ambito dell’XI Biennale Donna, la sua trentennale produzione artistica. Un rapporto, quello di Smith con le arti visive, poco noto perfino ai fans più incalliti, ma non per questo meno importante in un’artista che, ispirandosi a figure come Jim Morrison, Arthur Rimbaud e William Blake, ha fatto dello sconfinamento una prassi espressiva.
La mostra presenta l’intera produzione grafica e fotografica dell’artista. Un amore per la pittura che risale al finire degli anni Sessanta, quando, trasferendosi a New York, sognò di diventare pittrice. Il destino gli riservò qualcosa di diverso, ma questo primo amore non si esaurì surclassato da nuove e ben più note passioni, continuando ed evolvendosi fino ad oggi.
I primi disegni risentono molto dell’influenza di De Kooning, e sono caratterizzati da un segno impetuoso, espressionisticamente deformante e dall’acceso cromatismo (Mary had three sons, 1967, e soprattutto After De Kooning, 1968). Nei numerosi Self-Portrait, marcatamente introspettivi, è invece più evidente il rimando agli autoritratti di Antonin Artaud, specie nell’affiancare, in chiave che potremmo definire alchemica, il segno alla scrittura. Un segno, in questi lavori come nei successivi, che è estremamente esile, che procede per scarabocchi, per rapide illuminazioni (Rimbaud è sempre dietro l’angolo), memori di alcuni lavori di Cy Twombly. Il colore via-via si dirada, limitato a sparuti guizzi, macchie, talvolta perfino di mirtillo. Entra invece, insistente e in chiave formale, la parola scritta che modella linee, tracciati, semplici segni di presenza. Ricerche verbo-visuali che dai primi anni Settanta (All the hipsters go to Heaven, 1973) giungono alla fine dei Novanta (Notes for Coral Sea, 1998).
La produzione più recente è caratterizzata dallo shock dell’11 settembre. In particolare, ossessiva è la presenza dello scheletro della Torre Sud, fragile e spoglia creature in cui nulla ricorda l’imponenza dell’attimo prima. L’immagine della sua distruzione diviene icona ripetuta più e più volte, ora variandone il tenue colore, ora sostituendo le linee portanti ancora una volta con la scrittura.
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