La cattedrale di San Pietro, imponente e silenziosa presenza, fa parlare di se e della sua storia che ha visto un susseguirsi di eventi infausti a partire dal devastante incendio del 1141 e dal crollo nella notte di natale del 1222 ma anche delle innumerevoli ricostruzioni e riadattamenti fino all’aspetto attuale su intervento di Torreggiani(1682-1764).
Una cattedrale che sussurra la sua storia, se si ascolta, e nasconde le tracce preziose del passato. Il campanile, che nasconde al suo interno la più antica torre cilindrica di tipo ravennate, di quella storia non aveva ancora raccontato tutto. Le lastre della pavimentazione dell’ambiente sottostante la cella campanaria, infatti, una volta rimosse durante i restauri del ’99 si sono rivelate una preziosa scoperta: dodici bassorilievi eccezionali che dovevano appartenere alle decorazioni scultoree della cattedrale romanica. Ecco svelata la vicenda che nel corso delle ristrutturazioni ha portato queste opere straordinarie ad essere riutilizzate come materiale di reimpiego, ma contemporaneamente le ha salvate dalla dispersione.
Dopo il restauro, eseguito presso i laboratori del Museo Civico Medievale, i manufatti vengono esposti al pubblico per la prima volta. L’esposizione delle sale divide in due gruppi le opere. Il corpus più antico risale al periodo precedente l’incendio del 1141; i soggetti di queste prime lastre hanno condotto gli studi in direzione di un ipotetico progetto unitario che, sulla base della sintassi iconografica, vede accordarsi questi simboli fantastici ai messaggi di morte e resurrezione. Vitelli alati e leoni, preziosi tralci vegetali, motivi antichi e soggetti del primo culto cristiano si intrecciano abilmente e fra tutti spicca la figura del cervo che si accosta vigile e bruca al cespo d’acanto.
La sala successiva raccoglie le lastre decorative degli stipiti dei portali riconducibili al periodo che ha preceduto la consacrazione della cattedrale nel 1184. Alcuni di questi rilievi si ricollegano per evidenti analogie alla Croce di Porta Ravegnana, la cui presenza in mostra permette di valutare l’alto livello raggiunto dalle maestranze legate al nome di Pietro d’Alberico.
L’ eccezionale esecuzione delle raffigurazioni di animali bizzarri che si inseguono e si avviluppano fra spire arboree, frutto della ricca fantasia medievale, diventa elegante virtuosismo nelle lastre frammentarie con telamone che tiene sul capo la cesta da cui partono copiosi racemi. Le opere, preziose testimonianze del romanico a Bologna quasi completamente scomparso, arricchiscono il panorama della scultura padana, dialogando con i grandi maestri delle cattedrali emiliane, da Wiligelmo a Nicholaus. La mostra si completa nel tentativo di allargare lo sguardo sulla storia artistica del duomo con la presenza delle statue di dolenti, facenti parte del gruppo ligneo della Crocifissione e alcune miniature bolognesi del XI e XII secolo che si ricollegano alle produzioni dello scriptorium della cattedrale.
maria alessandra chessa
mostra visitata il 12 dicembre 2003
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Bella recensione, però un po' approssimato l'elenco iconografico dei temi legati alla resurrezione: non lo sono i tralci vegetali a foglie d'acanto (lo sarebbero semmai quelli di vite, ma qui non mi pare ce ne siano), non lo è il generico "leone", quanto piuttoso Daniele che combatte col leone, precursore, nella sua lotta contro il male, della figura di Cristo.
X malvasia:
non ti affannare, per precisazioni ti rimando al nutrito catalogo dove ogni dubbio è chiarito con il più rigoroso dettaglio sulla questione... Molto meglio di quanto possa fare io con una semplice recensione dalle battute contate che non ha la minima pretesa di sostituirsi a quello!!!
p.s. complimenti per il nome... un tantino pretenzioso non ti pare?