Lo spazio vissuto e lo spazio architettonico sono i protagonisti di questa mostra. L’esposizione si articola in tre ambienti dedicati ad Angelo Davoli, Lorenza Lucchi Basili e Andrea Nacciarriti, che lavorano rispettivamente con la pittura, la fotografia e l’installazione. Ciascun artista ha creato un proprio progetto e dalla prima all’ultima sala si snoda un percorso che più che parlare dello spazio, cerca il modo per eluderlo. Ben due sale per Angelo Davoli. La prima contiene i suoi ormai celebri paesaggi industriali, visti con un taglio di scorcio dal basso e con una particolare attenzione verso il colore azzurro denso e deciso del cielo. Lo stesso sfondo fa da protagonista nelle composizioni di quattro dipinti che si ritrovano nella seconda stanza. Questi hanno una prospettiva frontale e una delle quattro tavole ha sempre come soggetto un veivolo militare. Lo spazio vissuto diventa invece una composizione astratta sotto lo sguardo di Lorenza Lucchi Basili. Nella sala a lei riservata inserisce una gran quantità di piccole foto su alluminio, appese alla rinfusa senza un ordine preciso e ad altezze diverse. Tutte le foto sono particolari di palazzi, spesso scattate con un’angolazione obliqua, in modo che la struttura sia paragonabile di primo acchito ad un reticolato di linee, forme e colori senza un preciso riferimento.
In ultimo, Andrea Nacciarriti, esalta quella che è la forte contraddizione che regge questo “Universo Inverso”. Se Davoli attraverso il binomio tra il mondo industriale/militare e quello etereo del cielo crea una divisione tra lo spazio reale e un più forte e ampio spazio dell’anima; se la Lucchi Basili rende astratto e informe lo spazio abitativo, Nacciarriti porta alle estreme conseguenze questa snaturalizzazione e ridefinizione. Lo fa attraverso un’installazione in cui sono disposte in sequenza una serie di grandi tele ritagliate all’interno, in modo da creare un vero e proprio tunnel di vuoto. Il visitatore può muoversi attraverso di esso, perdendo il senso dell’orientamento. Con la sensazione di procedere rimanendo sempre prigioniero dello stesso non-luogo.
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carolina lio
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