“Uomo non di eroismi ma dalla mente ordinata e metodica, dal carattere costante e prudente, dall’operosità tenace e instancabile”, dotato di amore per la sua terra, “fu come nessun altro, vero pittore di Forlì”. Questa in sintesi l’immagine che di Marco Palmezzano (1459-1539) tratteggiava la monumentale monografia a lui dedicata nel 1956 da Carlo Grigioni. Dire che questo pittore è nato a Forlì, vuol dire infatti aver già segnato e circoscritto gran parte della sua esistenza. Nonostante l’alunnato e la collaborazione col grande Melozzo da Forlì (due dei suoi celebri frammenti provenienti dalla tribuna romana della basilica dei Santi Apostoli aprono l’esposizione: l’Angelo che suona la viola e la Testa di apostolo) l’abbiano portato probabilmente a Roma, a seguito del maestro, negli anni in cui sulle pareti della Cappella Sistina si confrontavano le più grandi figure del Rinascimento. Nonostante i suoi estremi cronologici parlino di una vita giocata tra i più dirompenti capovolgimenti della pittura tra il Quattro e il Cinquecento, dalla rivoluzione leonardesca a quella coloristica veneta. Nonostante tutto, la sua ostinata, caparbia aderenza ad un modello di pala prospettica ancora e sempre fortemente quattrocentesco è indice di una precisa volontà da parte del Palmezzano di non aver mai voluto girare veramente la boa del nuovo secolo. E della volontà, soprattutto, di voler confermare e promuovere sul territorio romagnolo la “persistenza di un’identità” autorevolmente conquistata ed orgogliosamente ribadita firmando quasi tutte le opere prodotte per le “terre di Romagna”. Con le polizzine, i cartigli a cui fu legato
Nonostante gli influssi della pittura di Bellini, Cima, Carpaccio e finanche Perugino, a primeggiare in tutte le sue opere sembrano essere i primi insegnamenti ricevuti, quelli di Melozzo e di Antoniazzo Romano. Le figure delle sue pale rimangono così spesso congelate nel tempo; come congelato rimane il modus operandi di Palmezzano, sicuro e deciso, contro tutte le rivoluzioni possibili. Il virtuosismo prospettico, portato spesso all’estremo; quella luce diafana, irreale e pierfrancescana, che leviga gli ovali dei volti e scava le pieghe metalliche dei panneggi; quei paesaggi umanizzati, con le rocce e le nuvole metamorfiche. E atmosfere che in opere come l’Annunciazione (1495-97) hanno qualcosa di incredibilmente metafisico. Divenendo invece stucchevoli, quando l’artista si prova in ciò che meno gli riesce, ovvero la pittura narrativa, e quando la modulazione prospettica delle architetture si ripete un po’ troppe volte (La comunione degli apostoli, 1506). Accanto a quelle del Palmezzano, in mostra anche opere dei maestri che più hanno influenzato la sua pittura e di quegli artisti forlivesi e romagnoli, magari un po’ sconosciuti (come il Maestro dei Baldraccani e Baldassare Carrari), ma essenziali per comprendere l’umore artistico della Romagna di Palmezzano.
stefano bruzzese
mostra visitata il 14 gennaio 2006
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