Chi si aspetta di trovare in questa mostra una personale di fotografia rimarrà certamente deluso. Per Barclay (Oslo, 1955) non è un fotografo e non è neanche un pittore normalmente inteso; la sua ricerca travalica i singoli mezzi espressivi per giungere ad un’installazione che ha molto a che fare con la scenografia e la teatralità.
L’esposizione, che corre lungo le tre sale della galleria, è un dittico monumentale sulla figura umana; come fil rouge un cavo d’acciaio che, collegato a delle casse acustiche, produce un suono sempre diverso, simile ad un sibilo. L’immagine fotografica può vantare dimensioni monumentali che la avvicinano alla scultura e campeggia sovrana per tutta l’estensione della stanza, pervasa da una luce forte e invadente. E’ un’immagine iperrealistica, lucida, che come nelle precedenti opere di Barclay, non individua una realtà contingente o determinata, ma è come una maschera teatrale. Cela sapendo di mostrare.
La consapevolezza del luogo diventa di conseguenza una chiave di lettura obbligatoria, è come se si innestasse un dialogo tra lo spazio -vuoto, asettico- e la presenza umana, collocata al margine, quasi in assenza, ma portatrice di una bellezza che esercita sull’osservatore un potere.
Sembra quasi che nell’opera di Barclay nulla accada se non la manifestazione dello spazio stesso, uno spazio calcolato, razionale, in cui ogni dettaglio diventa rivelatore. L’artista è un abile giocoliere che gioca con il tempo e lo spazio pur riuscendo a non oggettivarli, ma collocandoli in una realtà irreale, dove si rappresentano le tensioni giornaliere del contrasto tra bellezza e comfort, tra le possibilità del nostro tempo e le sue insite precarietà.
Nelle sue opere precedenti, nelle oil rooms ad esempio, un ruolo fondamentale è attribuito ai liquidi, dall’acqua al vino, che permettono un abile gioco di riflessione e circolazione e consentono di gestire uno spazio variabile, dinamico, ma che all’occorrenza sa convertirsi in totale staticità e silenzio.
Una mostra che va vissuta nella sua totalità. Ogni dettaglio non esiste senza l’insieme e senza di esso si esaurisce. Un’impalcatura assoluta ed effimera al tempo stesso, che nel suo minimalismo e nella sua essenzialità contiene però molti dei perché dell’arte.
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