Non discostandosi dalla consuetudine a ospitare a San Mattia esposizioni legate all’architettura, al paesaggio e alla città di Bologna, la Soprintendenza regionale dell’Emilia-Romagna ha riservato gli spazi della chiesa sconsacrata alle opere di un artista reggiano in cui la rappresentazione del paesaggio si tinge di accenti fortemente personali.
Lo sky-line del presente nei dipinti di Angelo Davoli (Reggio Emilia, 1960) è infatti il profilo disegnato dalle architetture industriali contro un cielo dai mutevoli toni di blu. Gli edifici, le cisterne, i camini, le condutture, i silos e le decine di altre costruzioni cui non sappiamo dare nome sono dipinti con minuzia iperrealistica dall’artista, che, attraverso la riproduzione a olio su tela o tavola, attribuisce dignità di rappresentazione alla grande varietà di fabbricati che costituisce il paesaggio industriale. Pur essendo identificate nei
La resa precisissima dei dettagli denota un grado di attenzione che contrasta con la presentazione uniforme degli elementi naturali come alberi e cieli. I firmamenti su cui si stagliano le sagome dei fabbricati industriali hanno infatti colori intensissimi e sono solcati da nuvole dai profili esatti e monotoni. All’opposto le architetture industriali assumono un’aura quasi sacrale: sono spesso osservate da un punto di vista fortemente scorciato dal basso, che le rende solenni e incombenti, e talvolta scomposte in polittici di più tele in cui sono raffigurati dettagli diversi o in cui è rappresentata la stessa “struttura” da differenti punti di vista. Il concetto stesso di “polittico”, preso a prestito dall’arte sacra, è sintomatico dell’atteggiamento dell’autore.
Ma Davoli non è solo un paesaggista della contemporaneità. Egli spinge il suo sguardo negli interni delle “strutture” e sugli oggetti che vi si possono trovare, mettendo letteralmente in luce, in molti casi grazie a un’illuminazione estremamente contrastata, imperfezioni e giunture delle superfici, scabrosità e macchie delle pareti, tracce di umidità.
Benché caratterizzato da un’estrema fedeltà rappresentativa e da un tratto precisissimo (in cui però la pennellata non risulta completamente occultata), lo stile di Davoli non dà l’impressione di un mero esercizio di fotorealismo, né di un tentativo di catalogazione oggettiva delle strutture industriali, come quella compiuta in fotografia negli anni ’60 e ’70 da Bernd e Hilla Becher. Sulla superficie delle sue tele pare piuttosto delinearsi lo sforzo di rendere visibili e rappresentabili, esplorandone i dettagli, le architetture di un panorama le cui forme, sottomesse a funzioni produttive, sono generalmente (e con ogni probabilità a torto) considerate antiestetiche.
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