Un giorno qualunque, per strada o in un bar, un uomo qualsiasi viene fotografato. Potrebbe essere qualcuno che conosciamo o che non abbiamo mai visto. A quest’uomo viene tolto il colore, vengono cancellati i tratti del viso, non ci accorgiamo se sorride o meno, se parla o sta zitto, se guarda verso di noi oppure no. Così spersonalizzato, l’uomo, diventato ancora più qualunque, viene dipinto. Ne distinguiamo poco: se porta gli occhiali, se ha i capelli lunghi o corti, se è maschio o femmina. Il protagonista diventa il suo gesto e l’ambiente in cui esso è immerso. E se l’ambiente si moltiplica, se diventa una composizione di tante tele e se le composizioni si moltiplicano a loro volta, allora non è più in una galleria d’arte che entriamo a vederle, ma in una delle metropoli americane, New York o Chicago, da cui Fabio Torre le ha tratte.
La Galleria G7 si trasforma in una città dentro la città, con tante sagome distinte, ma non distinguibili, ombre scure stagliate su un fondo bianco e raggruppate nello stesso piccolo ambiente. Guardandole ci sembra di vivere piccoli e ripetuti déjà-vu dovuti alla somiglianza delle immagini con il linguaggio fotografico e con quello cinematografico. Ci sembra di essere davanti a dei frame tratti dai primi film sperimentali in Super 8, con le file di macchine negli immensi parcheggi e le figure in momentanea stasi come in un video in pausa. In più vi è un atteggiamento teatrale, qualche somiglianza con le maschere e il mimo, in cui è la postura del corpo a parlare e non la bocca, lo sguardo o l’espressione.
Le tecniche di realizzazione sono diverse: dall’olio all’inchiostro su tela, dalla serigrafia alla stampa fotografica. Le dimensioni variano tenendosi nell’ordine di avvicinare o anche arrivare al metro d’altezza. I colori sono il nero e il bianco, al massimo qualche gradazione di grigio.
Questo stile riconoscibile, di semplice impatto visivo e di raffinata tecnica pittorica, ha fatto diventare, dal 2000 ad oggi, dopo quindici anni di pausa artistica, Fabio Torre da veterinario di successo ad artista noto. Che interpreta la società contemporanea come un insieme di silhouette in movimento senza individualità, a cui l’arte non può nemmeno più restituire un’anima, ma solo esserne testimone.
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Artista? No, veterinario. Anzi, collezionista
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carolina lio
mostra visitata il 9 ottobre 2004
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sergio lombardoooooooooooooooo, ndo staiiiii????
...e i non-luoghi?
(aereoporti, bar, posti dove la gente si "scontra" senza conscersi)
consiglio di lettura:
Eterotopia. Luoghi e non-luoghi metropolitani Michel Foucault
Ho grande rispetto per i sessantenni, comunque io non lo sono, essendo nato nel 1955.