L’attività artistica di Luciano Caruso (1944-2002) si concentra su quella zona di confine tra parola e immagine che, partendo dal carme figurato tardoantico, giunge, attraverso una lunga serie di evoluzioni e involuzioni, alle sperimentazioni del secondo dopoguerra. Se la avanguardie del primo Novecento segnarono una svolta –si pensi a Mallarmé, Marinetti, Apollinaire– fu solo negli anni Sessanta-Settanta che queste ricerche verbovisuali videro uno straordinario fiorire di esperienze. In Italia sorsero gruppi più o meno consistenti di poeti visivi: tra i tanti, preme perlomeno ricordare Lamberto Pignotti, Emilio Isgrò, Magdalo Mussio, Ugo Carrega, Vincenzo Ferrari, Roberto Sanesi e, appunto, Luciano Caruso.
Formatosi a Napoli negli anni Sessanta, Caruso fu particolarmente influenzato dal clima politico di quegli anni. Inizialmente si avvicinò al Gruppo 58, figurativo, ma presto cambiò rotta, avvicinandosi prima ai nucleari, poi all’avanguardia parigina, al tempo costituita da lettristi, Dufrêne e i situazionisti. Fu quest’esperienza d’oltralpe a portarlo a quello che sarà il suo privilegiato campo di ricerca, all’uso della parola come forma grafica. Assieme a Emilio Villa -pioniere già negli anni Cinquanta delle ricerche verbovisuali- e Mario Diacono iniziò così un percorso volto a dilatare i ristretti confini sensoriali della poesia: si mosse infatti a metà strada tra uno sguardo à rebours, volto ai carmi figurati tardo-antichi, e un’attenzione per la contemporaneità e per le ricerche pittoriche dell’informale. Da qui una scrittura in cui ogni elemento, dalla carta all’inchiostro, all’assemblaggio dei materiali più disparati, ha valenza semantica.
La mostra getta uno sguardo su questa particolare attività di Caruso che è la produzione di libri d’artista, a stampa come in copia unica. Essa, fin dai lavori più datati, è caratterizzata da una totale sperimentazione materica, in cui il segno si confonde fino a perdersi nella ruvidità della carta, nell’uso del collage o dell’assemblaggio. Così è per Arrivo a Locri Epizefiri (1966), in cui il testo è inciso su rame, piombo e foglia d’oro, oppure per Embryon pour Emilio Villa (1967), il cui supporto è perfino della pietra. Il libro perde così la sua abitudine, ognuno dei suoi elementi, legatura, pagine, scrittura: è un campo di battaglia da in cui vinavil, pigmenti,
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