Tre enormi fotografie, tre imponenti panorami. Anzi tre imponenti strutture. Le immagini di Armin Linke indagano -qui come in tutti i suoi recenti lavori- il sottile discrimine che separa il paesaggio naturale dal paesaggio artificiale. Un margine che forse neppure esiste.
Rispetto agli altri fotografi italiani che indagano il paesaggio (urbano e non), Linke presenta evidentemente uno sguardo più attento e problematico sul territorio. Territorio, appunto, non paesaggio. Perché le sue immagini il più delle volte rappresentano luoghi in cui l’elemento umano -o quantomeno “di umanizzazione” sembra non trovare posto. Certo si tratta sempre di strutture architettoniche create dall’uomo, ma queste finiscono sempre per essere così complesse, asettiche e imponenti da mettere in secondo e ultimo piano ogni sforzo e traccia umana. Ma non per molto. Perché le fotografie di questi luoghi così vasti e così razionalmente costruiti finiscono pure per porre l’unica domanda possibile. Che posto ha l’uomo in questo nuovo pianeta che lui stesso ha creato ma che ora, a ben vedere, sembra essere semplicemente inabitabile? Troppo freddo e troppo grande, si direbbe. Le immagini di Linke parlano di questo.
Un hangar tedesco invade interamente il panorama, la sua geometria ricorda vagamente quella di un alveare, ma qui la natura non esiste, non ha posto. Tanto meno le persone che, quando ci sono, sono così piccole da non avere quasi forma. Un elemento fra i tanti, forse il meno importante, di un’immensa struttura. Lo stesso discorso vale per le famose torri di Kuala Lumpur: monumenti totemici elevati al cielo, algidi. Neppure qui c’è l’uomo, forse è rinchiuso nelle migliaia di celle-stanze che costituiscono gli edifici, ma non si vede.
Sono immagini difficili. Fotografano il nostro pianeta eppure riescono a non farci sentire a casa. Anzi.
francesca mila nemni
mostra visitata il 22 dicembre 2004
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...per lo meno hai accantonato quella stupida idea di montare le fotografie sulle due ruote giganti...