Qui. La mostra personale di Carlotta Ruggieri ha un titolo emblematico, da cui non si sfugge facilmente. Un titolo che cichiama in causa con forza nel momento stesso della percezione delle immagini e indirizza verso una loro più profonda lettura. Scatti in bianco e nero celati da una patina opaca immortalano piante mosse dal vento o folti cespugli, o deserte strade di periferia. Magistrale il lavoro, ma lascia a bocca amara la desolazione di cui tali dittici fotografici riempiono gli occhi.
Non siamo più abituati a guardare in basso, per le strade bagnate o tra i rovi di un bosco, probabilmente non ci dicono neppure più niente. Perché è il silenzio che non sappiamo più ascoltare. Invece è proprio questo soggetto a divenire il qui della Ruggieri. E’ come se lei stessa puntasse il dito dove non si vuole più guardare, dove non esistono il rumore, la gente, i colori ma dove parimenti pulsa una vita più violenta.
Se l’arte è ciò che ci consente di trascendere l’esistenza immanente per avvicinarci all’assoluto, la Ruggeri ha una ben chiara idea di dove esso si situi: non al di sopra della realtà bensì qui, nei recessi più atavici delle cose, e dove in realtà, scrutando, non possiamo che ritrovare la parte più profonda e recondita di noi stessi; proprio dove non abbiamo il coraggio di guardare.
Questo mutamento comporta una diversa capacità di visione, più attenta ed intimistica, che la Ruggeri suggerisce in un video della durata di 15 minuti, in cui l’attenzione si “allena”. Stimolata della percezione di luci e fragori che lentamente variano.
Questo non può che ricondurre ad un altro qui essenziale, quello della rappresentazione hic et hunc, fondamentale per il processo d’introiezione. Ma l’esposizione necessiterebbe forse di un luogo appropriato, silenzioso e raccolto…
greta travagliati
mostra visitata il 10 dicembre 2004
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