La seconda metà degli anni Sessanta ha visto la nascita e l’affermazione di importanti movimenti: arte concettuale, minimal art, land art, arte povera, body art, arte ambientale. In questo contesto, la fotografia ha assunto immediatamente un ruolo fondamentale, aiutata dai forti mutamenti sociali e soprattutto di costume che in quegli anni stavano rivoluzionando il concetto di immagine e più in generale di opera d’arte.
La mostra, presentata all’interno della prima edizione della Settimana della Fotografia Europea, cerca di tracciare un percorso credibile sul rapporto tra arte e fotografia negli anni Sessanta e Settanta. L’esposizione si apre con due opere di Andy Warhol nelle quali l’immagine denuncia immediatamente la propria propensione verso la riproduzione in serie e l’ossessiva ricerca dello sguardo ripetuto all’infinito; sono gli anni della moda, della pubblicità, della filosofia del consumo. Si prosegue con le immagini “archeologiche” di Robert Rauschenberg che utilizza materiali di scarto per rielaborare il concetto di memoria. Di grande interesse sono, inoltre, le Verifiche di Ugo Mulas; operazioni teoriche e concettuali volte a riflettere sul significato profondo del processo fotografico come linguaggio.
Sulle pareti dei Chiostri di San Domenico si alternano i nomi più interessanti del panorama artistico di quegli anni: Franco Vaccari e la sua arte narrativa profondamente umana e politica, Vincenzo Agnetti con le sue immagini scarne, sintetiche e minimali, Claudio Parmiggiani e le sue tragiche, intense riflessioni sull’esistenza, Michele Zaza con il suo linguaggio teso, continuamente proiettato verso la ricerca del tragico.
Poi ancora Gina Pane, Urs Luthi e Marina Abramovic, che utilizzano il processo fotografico per decifrare il linguaggio del corpo; un linguaggio spinto al limite, indagine sofferente e drammatica sulla morte e il dolore.
Da segnalare, ancora, i volti deturpati di Arnulf Rainer che riflettono un mondo interiore dilaniato dall’orrore del mondo; la sintesi, profondamente attuale, tra realtà, apparenza e quindi finzione di Michelangelo Pistoletto e le sperimentazioni fotografiche di Germano Olivotto che si inserisce nel dibattito tra arte e natura con discrezione e armonia.
Una mostra, quindi, volta a evidenziare le profonde implicazioni tra fotografia e arte in un periodo in cui si stava cercando di riformulare con concetti assolutamente nuovi il significato stesso di opera d’arte. In un panorama come questo, in continua mutazione, la fotografia non si pone più come elemento esterno e marginale, ma come tecnica privilegiata per nuovi percorsi creativi.
nicola bassano
mostra visitata il 28 aprile 2006
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