Nell’arte contemporanea ci sono opere che urlano, che accusano, che cantano spensierate. Quelle di Steve DeGroodt (Saipan, isole Marianne, 1948) sussurrano, con discrezione, melodie lontane. Sono sculture dalle forme semplici, generate attraverso materiali poveri, di scarto, spesso recuperati da oggetti familiari ormai non più riconoscibili. Si appoggiano ai muri dello spazio espositivo, si adagiano a terra quasi senza farsi notare. La loro natura è provvisoria, fragile, temporanea. Sono strutture elementari che rivelano nelle loro composizioni (quasi fortuite) la difficoltà di un equilibrio costante, la tensione perenne che, salvifica e necessaria, permette evoluzione e crescita.
Frammenti di pentagrammi e colori naturali si mescolano in Transducer (2004), per divenire la rappresentazione dell’alternarsi di stasi e movimento, del ritmo (musicale) che sottende l’esperienza e la ciclicità della natura. La sfera più profonda e intima dell’esistenza umana si rivela in opere ispirate alla Trilogia di Samuel Beckett (Molloy, Malone Dies, The Unnamable). Come Git Go (1996), dove tessuti e indumenti avvolgono forme e materiali per trasformarli in apparizioni che oscillano, come i personaggi beckettiani, tra la volontà di restare e il desiderio di andare via, di scomparire definitivamente al di là della scena.
La musica Ghazal, conosciuta in un viaggio nel nord dell’India, si materializza in sculture come Ghazal in Aquamarine and Yellow (2006), composta da pentagrammi e ritagli di cartone dalle forme sinuose che si alternano in un ritmo lento e lamentoso, esattamente come le parole della poesia Urdu e le note che le accompagnano dal XIX secolo.
Formalismo architettonico e strutture appena abbozzate convivono attraverso opere che nell’arco di dieci anni DeGroodt ha realizzato inspirandosi ai momenti vissuti nei suoi viaggi, alle sue esperienze, alla sua attività da musicista terminata negli anni Ottanta. La narratività implicita nelle sue sculture ne rivela l’intima origine e il desiderio di raccontare, attraverso delicate composizioni, la poesia dell’esistenza.
giulia pezzoli
mostra visitata il 25 novembre 2006
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