Massimiliano Zaffino (Chiavari, 1976) procede a grandi passi. A pochi mesi di distanza dalla prima personale, e terminata da poco l’esperienza del settimo Premio Cairo alla Permanente di Milano, l’artista dimostra di essere un pittore con le idee ben chiare.
La scelta poetica, in questa mostra modenese, rimane in qualche modo semplice e quotidiana, la base sempre quella fotografica del fermo-immagine. Ma la pittura si affina ulteriormente e la ricerca si sposta tutta sulla luce. Protagonista di queste opere è un effetto luminoso vibrante e pieno. Il soggetto perde così, nelle nuove quindici tele, la sua centralità primaria, per diventare un tutt’uno con la scena, sempre abbagliata e invasa da una luminosità mai stridente con il resto. Zaffino si serve del riverbero per ottimizzare i contrasti, per contrastare gli effetti di chiaroscuro o mettere in rilievo alcuni particolari del tutto irrilevanti, quelli di un momento qualsiasi rimasto in sospeso. E allora il tempo rubato all’universo giovanile diventa soltanto pretesto per la costruzione di un’immagine più articolata, che sia una pausa nel parco, una chiamata al telefonino (A pause in the park, Rollergirl) o un pomeriggio di ozio al sole (Last sun). Emerge anche la cura estrema, ma mai troppo leziosa, del dettaglio: dalle pieghe dell’abito al movimento della mano, definita dall’appoggiarsi dei raggi luminosi, che filtrando tra gli alberi si posano sui lineamenti del volto e accompagnano i gesti, o che cadono, abbaglianti nella calura estiva, sui corpi distesi sulla sabbia, s’infiltrano tra i raggi di una bicicletta (Raggi di sole) o ancora si limitano a suggerire una parvenza d’intimità comparendo di soppiatto dalla finestra ad illuminare due amiche (serie Ilaria – Giuditta 1).
La luce muove tutto, scolpisce come un pennello, avanza, toglie e aggiunge, accompagna, ammorbidendola, una stesura pittorica forte, energetica e talvolta sapientemente dura. Ad incentivare l’effetto concorrono anche gli sfondi, talvolta volutamente neutri o bianchi, ad occupare la maggior parte dello spazio rispetto al peso delle figure. Anche nella serie delle nature morte, che il pittore prosegue in questa mostra affinandone la ricerca, l’apparente stasi supporta in realtà un’importante capacità di sintesi. In natura morta n. 3, ad esempio, gli oggetti, illuminati da barlumi chiari, si stagliano sul fondo nero, in bilico sul bordo, sperimentando la necessità di trovare un loro equilibrio nell’assetto spaziale, a loro modo protagonisti indiscussi della visione.
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