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Fino al 26.I.2002 | Cristoph Hinterhuber-Marco Samorè | Bologna, galleria Plastica

di - 15 Febbraio 2002

Per accedere alla galleria bisogna scendere uno scivolo e passare in un box di laminato verde che fltra una luce innaturale. Poi immediatamente ci si trova proiettati nell’installazione di Marco Samorè. Certamente la prima sensazione è di straniamento. Lo spazio, dove l’artista è fortemente intervenuto, stride facilmente con il comune concetto espositivo. Samorè ha allestito uno spazio altro in cui il fruitore e costretto a assumere il ruolo di visitatore, o meglio di ospite. Di vago sapore domestico e retrò, la scelta dei materiali è atta a contestualizzare una nuova produzione di stampe fotografiche che, come nei precedenti lavori, hanno il particolare come motivo e la lente puntata sull’oggetto quotidiano come veicolo del vissuto. Il legno con cui Samorè ricopre le pareti ricrea una panca, il trofeo tassidermico, il drappeggio, sono disposti assieme alle foto per ricreare l’atmosfera accogliente e un po’ stucchevole di un foyer. A questo si aggiungono però delle teche in cui sono contenute sezioni di parti anatomiche: l’atmosfera subisce una curvatura, e viene investita nella mente del visitatore da connotazioni di genere. Ma in effetti l’opera sfugge ad un interpretazione immediata e rassicurante e ci lascia il sospetto di aver subito una dislocazione, diventiamo parte dell’intento narrativo dell’autore. Al contrario l’opera di Cristoph Hinterbauer, anch’essa prettamente ambientale, che sembra di primo acchito di un nitore repulsivo e artificiale, ci abbraccia. Ci ritroviamo in uno stato rarefatto, smaterializzato in luce e suono, molto più asettico di quello precedente, una specie di limbo, o amnios. Al centro della stanza pendono due cuffie che ci cosentono di isolarci completamente, con i suoni elettronici ideati in collaborazione con il compositore austriaco Möebius. Come per il famoso anello, caro a Escher, la musica è un loop ipnotico. A mo’ di accento, grossi globi fluttuano intorno a noi, e, a metà delle pareti, luci di wood emanano radiazioni fluo. Lo spazio assume una circolarità ideale che azzera il tempo. L’unico spiraglio che ci permette di sganciarci dalle atmosfere assorbenti ricreate dai due artisti è il passaggio che le rende comunicanti, e che le colloca l’una dentro l’altra, come costruzioni in abisso. Fuor di metafora esse sono due attente costruzioni, che ci consegnano alla mente degli autori come parti di un progetto ideale; ma proprio come è difficile sezionare questi due insiemi, considerando per esempio la qualità delle foto di Samorè, di per sé stessa, e non tutto il contesto, così non ci riesce facile assumere un atteggiamento distaccato. Coinvolgenti.

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Niccolò Manzolini


Hinterbauer-Samorè
Dal 26 gennaio al 8 marzo.
Bologna, galleria Plastica, via degli Orti 5/i
Ingresso: libero
Orari: dalle 14.30 alle 18.30. Chiuso: sabato e domenica.
Tel: 328 738 52 73 Fax: 051 442881 E–mail: plastica@mail.com


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