L’esposizione collettiva racconta, attraverso lo sguardo di diversi artisti, il tentativo di evadere dalla realtà ostile degli adulti e la ricerca di un’isola che non c’è, il luogo fantastico in cui si rimane sempre bambini. Un tema comune interpretato dai vari autori che, attraverso il linguaggio pittorico, scultoreo ed installativo, approdano a differenti luoghi immaginari, conducendo singolari avventure.
Quella che traspare nella mostra non è una generazione che non vuole crescere, ma una generazione che consapevolmente ha deciso di crescere così, abbracciando sia la realtà che la meraviglia: il disorientamento che crea l’immaginazione, vagando tra sogni, fantasie, contraddizioni.
All’interno dei chiostri, spazi articolati in cui un tempo convivevano solitudine e
Alex Pinna focalizza lo spazio contratto dell’ambiente sui suoi gracili alieni alle prese con il gioco d’azzardo, mentre Davide Nido lo scruta attraverso materiche e coloratissime texture. Nella sala principale troviamo, centrale alla parete di fondo, Giovanni Frangi che guarda altrove, fuori dalla finestra, e dipinge il suo paesaggio immaginario: un mondo sognato, ritagliato nel tempo, ma indeterminato ed escluso da
Poi la favola a 4 step di Giuliano Guatta e il coccodrillo di Corrado Bonomi, pronto a sbranare la nostra mano (dopo quella di Capitan Uncino), creato attraverso una composizione di portauovo cartacei. Nel corridoio e nell’ultima sala accolgono il pubblico gli oggetti testamentari di Marco Petacchi, le armi ammiccanti e le perversioni del dondolo di Antonio Riello, i compagni millimetrici di Fulvio di Piazza, ibridati ai personaggi terribili dei cartoni animati contemporanei, inclusi nelle sue paradossali visioni. Concludono l’esposizione Michelangelo Gallina con i suoi marmorei volti nascenti, esempio sintomatico di contaminazione tra tradizione classica e inquietudine contemporanea, accostato a Fausto Gilberti che presenta una delle sue sagome in bianco e nero che sgrana gli occhi sconcertata da uno spropositato arredo domestico. Al termine del percorso, Velasco si sdoppia in un Peter sospeso tra sogno e realtà che rincorre la sua ombra, l’immagine di sé che vuole ricucire.
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