L’impressione che si ha di fronte alle fotografie ritoccate a pastello di Vittorio Pescatori è quella di una sottile nostalgia. Un afflato carico di rimpianto per un Oriente sempre più prossimo alla dissoluzione della propria aurea fascinosa, ridotto dal turismo di massa ad icona mordi & fuggi, a villaggio turistico espanso che atomizza le distanze assieme al carico di mistero.
Gli scatti di Pescatori raccontano un Oriente mitizzato e reale al tempo stesso, eterogeneo nell’accorpare sogni ormai decadenti, memori dei viaggi di Arthur Rimbaud, a sguardi arguti su inaspettati particolari, piuttosto che a derive del consumismo occidentale in terra straniera.
Uno sguardo estremamente pittorico, ma mai di maniera: la serie dei Miraggi è pregna d’un romanticismo lirico ed astratto che ricorda Zoran Music, o il più vorticoso Turner; una fusione, velata quanto infuocata, tra l’orizzonte colto nell’estasi del tramonto e l’oro misto a bolo della sabbia del deserto.
I tagli delle fotografie sono ricercati ma eleganti, mai meccanici; scatti compositivamente perfetti raddolciti da atmosfere evanescenti. L’umano è spesso presente, come in Algeria, verso Toggourt, sempre solitario, anche quando è un semplice bambino (Nel giardino di Fatima a Tozeur). Meno piacevoli, ma sociologicamente più reali, sono gli scatti dedicati al sincretismo gaglioffo e di cattivo gusto tra l’Oriente e il pop-trash occidentale: Cadillac con l’immagine di Re Hussein sul cofano (Re Hussein nella valle del Giordano), l’ora della preghiera col televisore acceso (Adorazione ad Amman), un tunisino con occhiali a specchio, berretto canadese e due Coca-Cola (Americanismi al Café de l’Indépendance di Tozeur.
La mostra, che lo scorso anno è stata ospitata a Palazzo Reale a Milano, da il meglio di sé quando l’obiettivo si restringe nel più o meno grande particolare. Il soffio del deserto a Douz coglie manifesti appesi al muro di una strada, sfatti ed ingialliti dalla sabbia e dal sole. Un altro manifesto, graficamente più occidentale, è ripreso invece sulla parete di una piscina. Queste opere -come altre in cui lo sfondo piatto è diviso in piani cromatici differenti ma dallo stesso timbro (ad esempio in Ombre a Tamerza)– ricordano, seppur vagamente, i wall drawing di David Tremlett, anch’essi ambientati spesso in solitudini innaffiate dal sole.
Se il deserto, la sua sabbia e il suo calore sono l’iconografia più immediata dell’Oriente di Pescatori, l’altra faccia di questi luoghi è il Mediterraneo, ponte tra il nostro e quel mondo. Il mare nostrum viene rappresentato nella sua fisicità, come in Tramonto ad Akaba. Altrove diviene oggetto di una curiosa attenzione per il collezionismo, ad esempio delle pinne assemblate a mo’ di composizione in Nella casa del pescatore. Mentre sono protagonisti soprattutto i suo frutti: l’uva in Buonaugurio nel suk di Kebili, un melograno in Nel palmizio di Neftà, cumuli di cocomeri in Assemblaggio nel suk di Neftà.
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