Una fotografia algida, immobile, che sembra tradurre il concetto per cui lo scatto fotografico sarebbe produttore di fissità. L’occhio (del visitatore) viene guidato dall’occhio (dell’obiettivo) ad un’intensa concentrazione. Lo spazio -luogo, ambiente, sito- è solo il soggetto superficiale dell’immagine rappresentata. Ciò che trapela, invece, è un tentativo di riflessione sul tempo.
La sensazione è quella di poter vedere gli spazi dopo che il passaggio dell’uomo li ha cambiati, li ha resi suoi, li ha marchiati della sua appartenenza, o come nel caso del padiglione tedesco alla Biennale, prima che l’evento sia accaduto. Se è possibile definire la fotografia (in sé) come rivelazione della presenza, ciò che accade negli scatti di Candida Höfer è lo svelamento dell’assenza. Non si può parlare comunque di vuoto, poiché la mancanza della figura umana acuisce la forza delle tracce, che essa lascia inevitabilmente sui luoghi che occupa/abita.
L’architettura dell’assenza (come spesso viene definito il suo lavoro) si articola, nel percorso proposto per l’esposizione in corso, in varie tipologie.
Innanzitutto si notano quelle in cui la lezione dei Becher (Bernd e Hilla) è più forte, nelle quali l’impostazione prospettica degli interni è rigidamente frontale, ad unico punto di fuga: il magazzino di una collezione privata è la scusa per riprendere un’infilata di pannelli che tracciano le linee di fuga dell’intera composizione.
Ma l’insegnamento becheriano non è pedissequamente presente, o per lo meno a tratti sembra essere tralasciato. I casi in cui l’immersione dello spettatore è più evidente sono paradossalmente quelli in cui la prospettiva non deriva dalla classica impostazione albertiana (detta centrale), ma quelli dove l’inquadratura la rende sghemba, o addirittura dove sembra essere rappresentata la sezione di un edificio a più piani.
La differenza è sostanziale dal momento in cui, la costante assenza di figure all’interno dell’immagine, permette all’osservatore “inglobato” di godere liberamente dell’architettura “pura”. Non è sottovalutabile, da questo punto di vista, la dimensione. Questi luoghi sospesi infatti si parano di fronte in tutto il loro silenzio avvolgente, occupando buona parte della parete espositiva, scarnificando la condizione di controllo che suggeriscono i formati comuni.
claudio musso
mostra visitata il 10 marzo 2006
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Bella Mostra!! Grande Candida!!
Bravi Marabini!! La seconda bella mostra che vedo da voi. La prima? Di Alessandro Roma.
caro giustiziere, ma sei proprio sicuro per Roma????