In Senza Titolo (2006) di Paolo Gonzato (Busto Arsizio, 1975) diciotto fogli bianchi incorniciati e appesi sono stati bucherellati (solamente nella parte scritta) con una traforatrice da ufficio. Sono telegrammi di condoglianze, cancellate dal vuoto, dall’oblio. Esattamente come la morte cancella la vita o come il tempo cancella il dolore, ancora più rapidamente se c’è una distanza fisica, materiale, come nel caso di chi ha spedito quei messaggi.
La struttura in metallo che compone No God (2007) trova nella transitorietà dei materiali che la compongono la sua forza e, allo stesso tempo, la sua condanna. Generata da tubolari da manutenzione assemblati in una forma triangolare, è solida, leggera e fragile. Questi aspetti sono presenti allo stesso modo in Smoke Rings (2007) dove un foglio di polietilene e una coperta termica, metodicamente traforati dalla brace di una sigaretta, si appoggiano incurvandosi sul fondo delle loro teche. Bruciate e alleggerite, quasi scomparse, le opere di Gonzato mantengono la loro forma originale solo grazie alle sottili strisce di materiale rimasto.
Table Cover (2006) o Rilasci, di Emanuele Becheri (Prato, 1973) permettono di intravedere sulla superficie piegata e poi distesa della carta che li compone leggeri segni a matita, astratti, illeggibili. Contraddicendo la loro stessa natura, i grandi “fantasmi” bianchi dell’artista toscano rimangono schiacciati, si appesantiscono, si rilasciano gradualmente. Mutano il loro aspetto, vinti dalla loro intrinseca fragilità.
L’arte riflette il mondo, lo incorpora e lo rigetta, ne rivela gli aspetti più spaventosi, i segreti più intimi. E forse la leggerezza è uno di questi, il desiderio dell’immaterialità, dell’infinita rinascita. La possibilità del rinnovo si cela nella necessità di vivere senza vincoli, zavorre, responsabilità. Ma il suo naturale contrappeso, sembrano dirci i due artisti, è una definitiva e inesorabile fragilità.
giulia pezzoli
mostra visitata il 10 febbraio 2007
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